Capire un cubo, 13 maggio

“Braque maltratta le forme, riduce tutto, luoghi, figure, case, a schemi geometrici, a cubi.” Questo vuol dire capire un cubo. Ad averlo capito per primo è stato critico Louis Vauxcelles davanti ad una tela di Braque ad una mostra opere di esuli cubani a Marsiglia. Georges Braque era nato il 13 maggio 1882 a Parigi. Assieme a Picasso è stato l’iniziatore del cubismo formativo, del cubismo analitico e del cubismo sintetico, il cubismo al cubo. E’ una nuova visione dello spazio pittorico con la rappresentazione di oggetti smembrati e sfaccettature creati dallo spezzettarsi dei piani. Con il passare del tempo, per altro, le opere di Braque diventano sempre più incomprensibili per l’intenzione di rappresentare volumi sempre più complessi al fine di mostrare tutte le loro sfaccettature. Successivamente introdusse nei suoi quadri segni riconoscibili quali lettere e cifre stampate, elementi di realtà, per evitare l’accusa di astrattismo, la brutta piega che aveva preso nelle ultime opere. Sperimentò poi la tecnica del collage pur di non fare nulla di figurativo, materia dove aveva “insufficiente” al Liceo artistico. Oltre ai colori a olio fanno la loro comparsa materiali fino ad allora totalmente estranei alla pittura: sabbia, fogli rosa della Gazzetta dello sport, carta marrone di zucchero di canna, legno, corda tagliata quando vuole andarsene, suono del cellulare per abbandonare discussioni inutili, pittura murales. Assieme a Picasso si distacca dalla realtà e dalla mera imitazione della natura, affermando prepotentemente che l’arte è solo arte e in quanto tale non deve identificarsi con la realtà. E’ un chiaro riferimento critico al suo insegnante di copia dal vero dell’École des Beaux-Arts di Parigi ed ai voti bassi presi nei primi anni che lo obbligarono ad inventarsi una nuova tecnica pittorica. Più che fare a pezzi la realtà voleva farla a cubi. “Dipingere non è rifare: non bisogna imitare ciò che si vuole creare. In arte vale una cosa sola: ciò che non si può spiegare” incide con un coltellino sulla fiancata dell’auto del suo insegnante di Belle Arti la notte del 12 novembre 1912 mentre Parigi è avvolta da una fitta nebbia. Alla sua opera si riferirà Henri Bergson con la sua concezione del tempo soggettivo, il tempo percepito attraverso gli stati d’animo e la sfera emotiva. Al contrario del tempo oggettivo che fa partire i treni in orario mentre noi stiamo ancora guardando il tramonto della sera precedente. Come non essere d’accordo con Braque, se non altro per proteggere l’auto nuova acquistata con un importante finanziamento.

P.S. tela è l’anagramma di tale.

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