Cosa hanno in comune Bergonzoni e Penzo? La e, la enne, la zeta e la o.

IN VINO VERITAS

di Bergonzoni – Penzo

In vino veritas in lino terital, per ben bere ci vuole stoffa! Questo disse al parco Lambro re Usco, pronipote di Bacco da parte di nonna, nonna Astemia, in una notte in cui pioveva come al solito acqua. Re Usco, grande monarca e pensator di marca, ebbe un’idea metereologetilica che avrebbe mutato il corso della storia logica ed enologica mondiale: cambiare l’essenza della pioggia in quanto tale. Gli sarebbe piaciuto cioè in sostanza creare delle nuvole nerorosso che a contatto con fulmini venti e altri fenomeni elettrostatici irrorassero nientepopodimeno che vino. Re Usco allora un bel dì partì dalla sua villa al Parco Lambro per venire in Emilia ed iniziar certi esperimenti al riguardo ma nel traffico caotico di Modena si imbottigliò (avatico presagio del suo fortunato futuro destino); stette quasi un anno e mezzo davanti ad un semaforo ovviamente rosso e praticamente invecchiò, imbottigliato, e bloccando per di più tutti quelli dietro di lui, infatti faceva da tappo!

Questa ben strana congerie di fatti fece si che si fece largo nella testa di re Usco un’idea divina. Da dove veniva, non lo sapeva, ma il di vin intervento intervenne proprio in quel momento. All’incrocio tra la via Emilia e la via Romagna, dove un via vai di pazzi usciva dagli usci di palazzi dove uscieri, uscioggi e uscidomani nessuno ci badava più. “Perbacco!” esclamò re Usco. “Hip Hip Hurrà” gli rispose in coro la folle folla. “Ecco l’idea che per quanto balzana piacerà anche a zia Berta, nipote di nonna Astemia ma al contrario sempre brilla anche al buio. Ecco l’idea che lascerà tutti a bocca asciutta come la pasta. L’idea che capovolgerà il mondo, che farà cantare i ricchi, i poveri e i Ricchi e Poveri. L’idea che darà nuova linfa vitale alla vite e darà un giro di vite al vate.” Così dicendo il monarca scese da uno dei duecento cavallimotore che fino a Modena l’avevan portato e tutto frizzante entrò nell’antro di un’osteria dal regal nome: Corona. Si sedette ad un tavolo e cominciò a buttar giù degli appunti. Subito l’oste accorse e li raccolse. Re Usco lo squadrò dalla testa ai piedi e viceversa. Era un giovin di pelo rosso, allegro e gioviale, gradevole di aspetto spumeggiante e sempre all’altezza di ogni situazione. Si accompagnava bene ad ogni pietanza che portava in tavola, dai primi ai dolci. Cordiale, schietto e Franco, di nome e Vamba di cognome. Re Usco da parco Lambro rivide se stesso da giovane, ma prima di farsi cogliere dalla commozione cerebrale, lo invitò al tavolo. “Bando alle ciance, allegre e non. Ho bisogno del tuo aiuto”. In quattro e quattrotto, con una logica matematica, il Sovrano dalla provincia di Milano, cercò di spiegare sul tavolo la sua frizzante idea che da qualche minuto gli stava fermentando in testa. “Trasformare il ciclo dell’acqua in ciclo del vino”. Il titolo, anche se non era onorifico, sembrò suonare bene al re (ma anche al fa, al mi e al sol). “Raccogliere” continuò Usco “In una secchia grandi quantità di uva, meglio se locale, e se è tanta, trilocale. Pigiarla, poi, il più possibile, per farla entrare e se il tempo non è tiranno, dopo aver dato fuoco alle polveri, farla evaporare. Raccoglierne quindi il vapore in nuvole nerorosse a forma di botti che si muovono in cielo. Le basse temperature ad alta quota condenseranno le bollicine fino a far piovere…vino.” Il giovane oste, che fino a quel momento aveva cercato di contare quante vocali e quante consonati erano state usate dal Re nell’illustrazione senza disegni del suo piano, si svegliò alla parola secchia. “Sarò franco” disse Franco, “Nuvole a forma di botte dove far invecchiare il vapore di vino…va bene, uva pigiata…va bene, correnti d’aria alternata…va bene, ma dove troviamo la secchia per contenere l’uva?” “Sette…ventidue…quarantacinque…trentasei…” Re Usco diventò brusco e cominciò a dare i numeri “Dove troviamo una secchia? Dove troviamo una secchia qui a Modena? Una semplice secchia di legno? Non un secchione che studia dalla mattina alla sera e viceversa e che non fa copiare i compagni. Non un secchiello dove riversare con un cucchiaino tutta l’acqua del mare. Ma una secchia…un semplice secchio femmina? Io parto dal Parco Lambro, attraverso mari e monti, vongole e funghi, colline e pianure, Paesi Bassi e paesi alti, paesi spaesati e paesi sovraffollati. Soffro le penne dell’inferno, le biro del purgatorio, le stilografiche del paradiso. Mi faccio in quattro e per questo faccio impazzire il mio psicanalista, pur di darla a bere a tutti e tu mi chiedi dove troviamo una secchia…rapiamola!” In quell’istante entrarono nella storia, cioè nell’osteria, Marte, figlio di Giunone e Giove, la dolce Venere, bella come l’aveva dipinta il Botticelli (nel Botticelli c’è il buon vino) e, seguito da un gran baccano, Bacco. I tre, che a ben guardarli sembravano dei, erano giunti fin lì in aiuto ai modenesi che se la stavano vedendo a suon di botte con i bolognesi, quelli del ragù. “Perbacco” urlò Bacco “Un tavolo dove possiamo rifocillarci”. Tosto si alzò re Usco che, volendo ingraziarsi i favori degli dei per il suo progetto, invitò i tre a fargli compagnia. Dopo i primi convenevoli, i secondi convenevoli e il dessert convenevoli, i quattro strinsero amicizia. Bacco teneva banco continuando a raccontare barzellette sui Carabinieri che facevano piegare in due dalle risate il Sovrano, anche se nulla sapeva di questa nuova arma. Mentre Venere che mangiava solo mele parideinda, teneva il muso a Marte per il fatto che i due si trovavano in opposizione da qualche giorno, da quando Saturno era entrato nella nona casa dei Gemelli, quella al mare. Sarà stato per le abbondanti libagioni a base di turtlein, sarà stato per la musica di Eros in sottofondo (suona da dio), sarà Stato Pontificio, sarà che re Usco gli sembrava di stare sull’Olimpo, tra gli allori e gli argenti, sarà stato per quel vinello di locale vitigno così vivace, sarà stato brillo, re Usco si dimenticò della sua missione. Inpòssibol? Pòssibol! Quel che però gli rimase in mente e sul palato fu il sapore di quel vino, così piacevole e brillante dalle stesse caratteristiche dell’oste che l’aveva portato in tavola. Un vino che Bacco dedicò al re terreno e alla sua geniale idea…qualunque fosse stata. Un vino che da quel giorno fu chiamato Lambrusco in onore del re Usco da parco Lambro, o viceversa.

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