Perditempo, chi lo trova è suo.

Guardo il tempo passare. E’ il mio passatempo.

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Ogni mattina mi sveglio che è già pomeriggio. Mi alzo e mi metto a sedere sul bordo del letto e, nel frattempo, penso. Penso a com’era la vita prenatale, a tutte le cose da fare prima del 25 dicembre. A tutti i pacchi da prendere, da incartare e da tirare. Penso che dovrei alzarmi, lazzarone che non sono altro, e darmi da fare. Andare in cucina a preparare la collezione. Ho una bellissima collezione di tazze da caffè. Le tengo tutte in bella mostra su un ripiano della parete di fronte. Ho anche imparato a leggere i fondi del caffè. La prima volta che ci sono riuscito c’era scritto: Lavami.
Penso che dovrei uscire, affrontare la strada da fare ad ampie falcate, pedalare con la bici che ho voluto, mettere l’auto in moto senza farmi aiutare da nessuno. E se non ci riesco provare a fare il contrario, mettere la moto in auto. La verità è che sono pigro. Non farei mai oggi qualcosa che potrei far fare ad un robot domani. Ma questa è fantascienza.
Sono un poltrone su un divano. Passo molte ore a guardare la televisione e penso. Quando non ho nulla a cui pensare l’accendo. Passo da un canale all’altro senza trovare pace, solo film di guerra. Così è la vita, non lo penso ma è il titolo di un film alla tv. Quando mi scade il permesso di soggiorno mi sposto in cucina. Li ne vedo di cotte e di crude. C’è sempre qualcosa che bolle in pentola.
Questa sera avrò degli ospiti. Forse è giunto il momento di non star più con le mani in mano ma metterle in pasta.
Sono in dubbio se preparare un Pan Egirico o la Torta Successo. Potrei unire le forze e gli ingredienti, frullare il frullabile, aprire la dispensa cercando l’indispensabile, soppesare un velo di zucchero, sale a occhio (anche se brucia) e croce, cercare la soluzione ed accorgersi che è finita e che ormai è troppo tardi per scendere nel negozio sotto casa o salire dall’inquì lì no… potrei. Ma forse non basta il pensiero, penso.
Potrei allora darmi da fare, darla a bere, lasciarla soffriggere nel suo brodo, cogliere l’attimo per piantarlo in un vaso più grande, spegnere la tv con l’estintore, assaporare la vita se va bene di sale, sbattere le uova contro il muro di gomma da masticare, calpestare i sentimenti di chi li ha nascosti sotto il tappeto… potrei.
Penso che potrei potare i fiori, spellare le patate ancora vive, quelle Ogm, affrancare lettere dell’alfabeto, ricordarmi d’annegare ricordi nel…, ascoltare le ragioni di un folle innamorato di se, aprire la porta al futuro prima che bussi, cantare sottovoce meglio che a squarciagola, salire una scala dove ogni gradino è una nota… potrei.
Sono pigro ed osservo ogni mio piccolo particolare, in particolare unisco i nei con il tratto della penna. Tutto d’un tratto. Poi prendo la palla al balzo incurante delle urla del bambino a cui l’ho sottratta. La palla è rotonda e si può giocare in casa con la squadra ospite che ha portato il gelato. Di stucco? No, fior di latte.
Ma quando l’atmosfera sembra sciogliersi ecco che suonano alla porta. Non ne riconosco il motivo. A volte ritornello. Decido di restare chiuso in me, immobile mi metto comodino. E penso. Penso a quanto sarebbe bello se il sole tramon senza tasse da pagare. Se l’isola che non c’è non fosse piena di persone che la citano, se ci fossero più frasi con ma e se il tempo non si fermasse solo ad Eboli. Che poi, dove Cristo è Eboli? Questo dev’essere il posto, senza farlo apposta, dove poter sotterrare l’ascia, lascia che ti spieghi, l’ascia che ha dato un taglio netto al passato ed ha lasciato, qui ed ora, solo Ricordi a trentatré giri da fare, con ed ego eccentrici, aspettando che la solita solfa finisca e che gli amici se ne vadano. Mentre alla porta continuano a suonare, senza motivo, sarà jazz.
Sarà, ed è già passato, il tempo. Il mio spassatempo.

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