Mi vedo riflesso mentre mi arrampico sugli specchi.

Osservo ogni mio piccolo particolare, in particolare unisco i nei con il tratto della penna. Tutto d’un tratto. Poi prendo la palla al balzo incurante delle urla del bambino a cui l’ho sottratta. La palla è rotonda, va a rotoli se messa in moto. In auto no, ma si può giocare in casa con la squadra ospite che ha portato il gelato. Di stucco? No, fior di latte. Ma quando l’atmosfera sembra sciogliersi in una coppa C ecco che suonano alla porta. Non ne riconosco il motivo. A volte ritornello. Decido di restare chiuso in me, immobile mi metto comodino. E penso. Penso a quanto sarebbe bello se il sole tramon senza tasse da pagare. Se l’isola che non c’è non fosse piena di persone che la citano, se ci fossero più frasi con ma e se il tempo non si fermasse solo ad Eboli. Che poi, dove Cristo è Eboli? Questo dev’essere il posto, senza farlo apposta, dove poter sotterrare l’ascia, lascia che ti spieghi, l’ascia che ha dato un taglio netto al passato ed ha lasciato, qui ed ora, solo Ricordi a trentatre giri da fare, con ed ego eccentrici, aspettando che la solita solfa finisca e che gli amici se ne vadano. Intanto alla porta continuano a suonare, senza un motivo, sarà jazz.

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