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11/10/2004
 

  
Logorroico  Logoerroico, sicura/mente, logos da logos ed erroico da eros più ricco, contratto. Ci sono parole che lasciano il segno come “livido” e “ferita“. Ci sono parole dette per dire, come “dette” e “dire”. Ci sono parole che nascono come prole e poi crescono come “crescono”. Tutto questo per dire che Mi piacciono i giochi di parole, anche se qualche volta perdo. (Guido).

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Ho visto uomini.
Ho visto uomini
rimangiarsi
tutto quello che avevano già mangiato,
calpestare la dignità altrui
come si calpestano le aiuole,
scagliare pietre
senza peccare,
alzare la mano
e non avere niente da dire
ma parlare lo stesso,
guardare la propria immagine
riflessa
senza riconoscersi,
picchiare i figli
senza essere mai stati padri,
fare tutto questo
pur di andare a sedersi
nell’unico posto libero
della metrò.

(Guido)

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 Solitamente non rifletto molto su me stesso. Per tanti motivi. Il primo motivo, che mi piace tanto e che fa dudududu  dudududu dudududu dudu. Il secondo motivo è che quando rifletto poi il giorno dopo mi fanno male gli addominali. Il terzo motivo non lo ricordo, è passato molto tempo dall’ultima volta. Quello che adesso mi costringe a riflettere è l’inizio: solitamente. La mente solita, ordinaria, sempre uguale a se stessa. Che vorrebbe mentire ma non mente. La mente del mentore, sovrano bugiardo, dove do è la nota stonata, nata da una storia senza ria (diminutivo di Maria). Quarto motivo (se sono ancora in tempo) è che non mi guardo molto allo specchio. Non c’è un motivo in particolare, così è se vi pare, se poi vi appare, scompare Alfio (quello del Grande Fratello). Non voglio speculare, era solo una riflessione…ahi, gli addominali.

 

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08/10/2004
 

  
Non so se sono nell’occhio del ciclone. Sicuramente non sono nell’occhio del ciclope. Me ne sarei accorto. Accorto di idee visto quello che scrivo. Accorto devo stare se non voglio essere nell’occhio del ciclone. Un clone circolare che si ripete clonandosi o clonandono, con dono permettendo. Chissà se togliendo qualche vocale qui o la (q l ne sarebbe il risultato) il senso rimarrebbe invariato. Non so se sono nell’occhio del ciclone, certo non sono nella sua testa. Cosa fatta capo ha. Hahahaha!

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Atm, Azienda Trasporti Milanesi, “Trame metropolitane, un viaggio sottosopra per Milano”, pagg. 160.

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07/10/2004
 

  

Quel che mi piace del teatro

 

 

Quel che mi piace del teatro è la ragazza che stacca i biglietti.

 

 

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Premesso che non siamo tutti uguali (tranne pochi), se devo confessare, anche se non devo ne confessare, allora ammetto di preferire le cose brevi. Cosa intendo per cose? Le cose quelle veloci, i lampi a ciel sereno, le emozioni intense ma brevi. Sarà perche sono pigro? Dovrei pensarci, ma sono troppo pigro per pensarci. Comunque quello che volevo dire è che mi piacciono i racconti brevi, quelli da cento metri. Le battute brevi, rapide come le cascate, che ancora non l’hai capita che è già finita. Devo fare un esempio? Per esempio.

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lo bueno, si breve dos veces bueno, si malo, menos malo” (ciò che è buono, se è breve è due volte buono, se cattivo, meno cattivo).

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04/10/2004
 

  

 Poeti per posta (Prima rassegna nazionale di poesia postale). pag.38

HAI RAGIONE, SCUSA

In sul calar del sole

ai piedi di quell’ermo colle salmastro

di fianco alla siepe di arse tamerici

tra il dormiveglia e il dormidormi

mentre Orfeo orfava

con una battuta

un sorriso ti ho strappato

e tu

ti sei arrabbiato

perchè era l’ultimo che avevi.

 

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Chiunque insegni scrittura creativa sa bene che la prima difficoltà degli aspiranti scrittori è quella di entrare nell’ordine di idee che non c’è talento senza disciplina, costanza e fatica. Chi desidera veramente vivere l’esperienza della scrittura deve sottoporsi ad uno sforzo e ad un’attesa vigile che ha poco a che fare con la volatile e capricciosa “ispirazione”.

Di tanto in tanto l’ispirazione può capitare a tutti, ma solo chi ha talento è capace di star seduto davanti a un foglio di carta lunghe ore, cercando di dare una forma compiuta al dettato del suo spirito.

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   Tra poco inizierò a leggere l’ultimo di Camilleri. Ma se qualcuno dovesse iniziare oggi a leggere e conoscere Camilleri, allora consiglierei di cominciare da “La concessione del telefono” o da “Un filo di fumo” o meglio da “La mossa del cavallo” o “Il birraio di Preston”.

 

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si legge

 

  

Ieri sera tardi sono andato al cinema a vedere Spiderman. Quello dove lui si toglie la maschera e molte persone scoprono la sua identità. Anch’io, adesso, so chi è in realtà Spiderman. Però non lo dico a nessuno, l’ho promesso a me stesso.

 

 

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A cosa pensi quando pensi?

 

 

A cosa pensi quando pensi
di volare in alto nel cielo
con la testa tra le nuvole?


A cosa pensi quando pensi
di essere dove non sei
sei per sei trentasei?

A cosa pensi quando pensi
di prendere la tua vita per mano
e di portarla lontano?
A cosa pensi quando pensi
che non ci sarai più’
e ti tocchi?
Non lo sai, ed accendi la TV.

 

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01/10/2004
 

  

Solo Calvino poteva divetare Calvino. (Lo so che la cosa può sembrare strana, eppure…)

Ho letto una biografia di Italo Calvino scritta ad introduzione delle “Città invisibili” di Italo Calvino. Così sono giunto alla conclusione che con quello che ha passato, solo lui poteva diventare Calvino.

Adesso leggerò la biografia di Flaiano, per vedere se posso diventare almeno lui.

 

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“Nessun giorno senza una linea” (Nulla dies sine linea). E’ una bellissima frase, che non so cosa vuol dire, se si riferisce alla linea del metrò o alla linea quella che si tira, comunque…rimarca la necessità di esercitarsi ogni giorno nella propria attività.

Ora devo solo scoprire in quale attività esercitarmi.

 

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L’ equilibrista
Marco era conosciuto nel suo condominio per essere un uomo equilibrato. In trentasei anni di vita non aveva mai perso l’equilibrio, non si era mai sbilanciato, ne a destra ne a sinistra. Mai un eccesso, mai un decesso. La moglie di Marco sapeva di avere un marito equilibrato. Per questo lei si permetteva di essere una donna squilibrata. Pendeva sempre da qualche parte e qualche volta pendeva da due parti contemporaneamente. Ed è forse per questo che una volta, di nascosto, Marco aveva pensato di lasciare la moglie. Ma era così equilibrato che non sapeva dove lasciarla.

 

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  “Tutti possono raggiungere la felicità, basta che lei rallenti”. Guido

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30/09/2004
 

  

Il lavoro libera la mente o mente chi dice che il lavoro libera?

Sono un intellettuale organico, in quanto umano. Un libero pensattore che recita a soggetto, a verbo a complemento oggetto. Un attore del pensiero che pensa a quello che scrive dopo che l’ha letto. Uno scrittore? A che ore? Un lavoratore in bianco non pagato ma appagato dall’idea del pensare, in movimento tra il dire e il fare, che fa fatica a dire ciò che è meglio fare. Un coltivatore dell’ortografia con sintassi o senza tassi. Un viaggiatore reale in paesaggi artificiali. Io sono in quanto Penzo. Un giocoliere che aspira, respira, aspira, respira, aspira ad essere e ad avere. Un acrobata intellettuale che volteggia, e a volte no, con la testa tra le nuvole e i piedi ben piantati in terra. Un divoratore di aria fritta, paroloni farciti, frasi fatte con il sale della vita e, se serve, parole pepate. Quando ci vuole ci vuole.

 

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27/09/2004
 

  
“Ti rendi conto che sono l’unica persona normale tra tutta questa gente qua?” (Lia).

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E’ di Giallodivino (giallodivino.clarence.com).

L’uomo guardò a terra, come per controllare. Osservò un istante il sangue sull’asfalto. Poi spinse il mento sul petto, abbassò gli occhi sulla sua pancia, e vide la maglietta rossa. Gli mancarono le ginocchia e il cuore.

 

 

 

 

 

A Carcassonne, fa ancora caldo – a ottobre – nonostante i Pirenei siano a un passo. Ma si sa, da quelle parti il mediterraneo è vicino. Un Mistral ormai sfiancato che sale su per le montagne e dà alla testa. Lo senti nelle orecchie, soffia continuo e ti ovatta tutto. Un senso di chiuso nella mente.

 

 

 

 

Poi ci sono quelle mura, a Carcassonne, e fanno impressione. Ciclopiche si dice, no? Circondano tutta la città. E allora chissà che effetto deve fare, quando ti rinchiudono dentro la prigione di Carcassonne. Mura di prigione, dentro mura di città. Massì, una bella matrioska di pietra. Non solo non vedi il sole, ma manco l’orizzonte, manco la finestra di fronte, niente di niente.

 

 

 

 

 

E lì, nella piazza della Repubblica, la notte del cinque ottobre del 1991 era bastata una coltellata assestata bene. La lama dell’opinel – quello lungo col manico di legno ricurvo – entrò dove finiscono le costole, alla base della cassa toracica, dritta fino al fegato. Nessun rumore. L’assassino si allontanò rapido. Ma in tempo per vedere gli occhi dell’altro che si spalancavano. Lo fissarono per un istante. Lo sguardo di un uomo che muore, a terra, poi sulla pancia e pluff. L’anima: 21 grammi di soffio si appoggiarono sulla lingua pronti a volare via. Era solo questione di tempo, minuti o secondi per morire.

 

 

 

 

 

E se c’è di mezzo una donna non devi sbagliare. Per questo aveva scelto il fegato che non perdona.

 

 

 

 

 

 

 

La vittima si chiamava Toufik Boudur, come avevano registrato quelli della polizia criminale sul verbale. Morto ammazzato per rivalità amorose: l’ipotesi per il movente. Il presunto omicida ebbe presto un nome, grazie a un paio di verifiche con i testimoni. Un tale Mohamed Berrafai, che finì quindi subito ricercato. Mandato d’arresto per omicidio volontario e comunicazione all’Interpol e a tutte le polizie di frontiera. Anche se poi, telex, foto segnaletica e generalità dell’omicida, interessavano solo quella spagnola, visto che il confine è lì a due passi. Passò del tempo.

 

 

 

 

Ricerche infruttuose, sintetizzarono i cronisti. E visto che dell’assassino non c’era traccia, i giudici celebrarono processo. Arrivò la condanna in contumacia, emessa dalla Corte d’Assise dei Pirenei orientali, ad anni 30– trenta – di reclusione.

 

 

 

 

I Pirenei orientali. Si racconta che proprio lì sia ancora nascosto il sacro Graal. Imboscato tra le montagne, a pochi chilometri da quell’urlo di pietra, che è il castello di Montsegur. Zona di guerre, massacri e roghi. Tutte le città e le rocche della zona, come Béziers e la stessa Carcassonne, hanno mura lorde di sangue. Nel lontano 1200, infatti, il nobile Simone di Montfort le aveva strette d’assedio – una dopo l’altra – su ordine del re di Francia, per uccidere tutti i catari. Anzi per uccidere tutti. Anche quelli che catari non erano. Ché tanto poi ci avrebbe pensato Dio a risconoscere i suoi… tuez-les tous – disse Simone – Dieu reconnaitra les siens…

 

 

 

 

Ma torniamo alle coltellate recenti. E all’oggi. All’undici novembre del 2002, e cioè undici anni dopo.

 

 

 

 

 

Alicante è un posto grazioso per farci le vacanze, decente per farci il saldatore in un’officina che assembla componenti meccanici. Orribile per finirci in manette.

 

 

 

 

 

I braccialetti d’acciaio erano proprio per lui, monsieur Berrfai, il saldatore. I quattro francesi, accompagnati da una graziosa signorina della polizia spagnola che sorrideva come una stronza, l’avevano beccato per strada, gli si erano messi attorno, avevano tirato fuori i tesserini e fatto chiedere alla ragazza in spagnolo “è lei Berrfai?

 

 

 

 

Lui li aveva guardati, aveva sorriso perché aveva capito, e gli aveva detto, “me lo potevate chiedere voi, no? Siete stati in casa nostra per una vita. Il francese in Algeria lo sappiamo tutti. Proprio io non dovrei saperlo? Comunque sì. Sono io, sono Mustafa. Che cazzo volete?

 

 

 

 

 

Fanno male le manette quando te le chiudono sui polsi. Non c’entra Maigret con quelli della Brigade criminale di oggi. Andate a rivedere Legge 627 e poi ne riparliamo. Stringevano, cavolo se stringevano. Nessuna formula all’americana, né lettura dei diritti. Solo la mano di uno sbirro pigiata sulla testa e un altro, dietro, che quasi con un cazzotto nei reni ti infila dentro la Seat viola. Arrestato.

 

 

 

 

Chissà che avrebbero pensato – ad Orano – se l’avessero saputo. Avrebbe avuto tempo per riflettere, pensò. Il fatalismo magrebino non esiste. Ma quando ti dicono che finisci in galera per aver ammazzato uno per strada, tra l’altro a Carcassonne, e con una pugnalata, pensi che sei abbastanza nella merda da avere tempo per meditare. In realtà sentiva il ventre gonfiarsi. Un attacco di colite. E lui che pure era uno che portava la cinta sempre slacciata oltremisura, e anche i pantaloni aperti fino al terzo bottone, abbassati sotto la pancia, non resisteva. Stava proprio male.

 

 

 

 

 

Lo portarono alla polizia di Alicante. Le chiamano formalità, loro. Timbri, impronte digitali, verbali, firme, quelle cose classiche di quando ti arrestano. Osservava sé stesso dentro quello che, per comodità, si definisce incubo, ma che per i poliziotti è lavoro di tutti i giorni. Mustafa notò anche un comportamento bizzarro, in realtà classico da sbirri in vacanza – anche se lui non sapeva fosse tale. Li vide scambiarsi gagliardetti, distintivi e cappelli. A quelli di Alicante andavano la robba francese e viceversa. Sorrisi e pacche sulle spalle. Come due squadre che si scontrano in un’amichevole. “…e mi raccomando venite a trovarci a Carcassone che ci beviamo un bicchiere di cassis”. Intanto, mentre gli altri cazzeggiavano, l’agente più sveglio si scambiava il cellulare con la poliziotta bionda. L’ufficiale di collegamento, quella che faceva l’interprete inutile. Che poi la donna fosse un commissario fa nulla. Le regole dell’attrazione non conoscono confini, né gradi.

 

 

 

 

 

Mustafa, seduto nella camera di sicurezza osservava la scena. Notava la pistola che sbucava da dietro la giacca di renna del francese.

 

 

 

 

In ogni caso era fottuto e il mal di pancia gli ritornava su a spasmi continui. Sempre più forti.

 

 

 

 

 

In macchina saranno otto ore, forse più, da Alicante a Carcassonne. Ma quando ti vedi scorrere tutta la costa spagnola sotto al naso e sai che ci vorrà del tempo prima di annusare di nuovo l’odore del mare, cerchi di goderti tutto il viaggio. Istante per istante. E intanto gli sbirri parlavano tra loro. A Mustafa incassato tra i due dietro, gli veniva quasi il torcicollo a guardare solo e sempre verso destra. Verso il mediterraneo.

 

 

 

 

 

In gommone, con un bel paio di motori da sventole di cavalli, da qui a Orano quanto ci vorrà? Una giornata? Meno, sicuro, meno.

 

 

 

 

 

Mustafa si ripeteva che non era stato lui, cazzo, no,non era stato lui ad accoltellare nessuno. Figurarsi in Francia. Intanto la pancia era ancora più tesa e gorgogliava tutta.

 

 

 

 

 

 

 

La rassegnazione che aveva accompagnato l’algerino nel viaggio da Alicante a Carcassonne precipitò d’improvviso.

 

 

 

 

L’automobile risaliva una strada tutta curve dentro la città. Lui torceva il collo per guardare dietro. Per vedersi chiudere alle spalle le mura ciclopiche. Le guglie inducevano già claustrofobia. Poi quando scoprì alle spalle anche un’altra cinta di mura – moderne, ma altrettanto imponenti – e un cancello enorme, chiuso dalle guardie carcerarie, pensò di impazzire.

 

 

 

Per due giorni stette zitto. Non mangiò nemmeno. Per fortuna in cella aveva due compaesani che capirono e lo lasciarono tranquillo. Dopo 48 ore bevve, osservò dalle grate e si rassegnò al panorama bi-murario. A quel punto decise di darsi una mossa. C’è chi sbrocca in galera e chi – invece – decide che non è il caso.

 

 

 

 

 

 

 

Siccome la faccenda assomigliava alla morte, decise di ripassarsi tutta la sua vita, fino alla data dell’omicidio, così come gliel’avevano raccontato in commissariato, in Spagna.

 

 

 

 

 

Pensava: ottobre del 1991. Cavolo, è una vita fa. Io che facevo quel giorno, dove stavo? Chi ho incontrato? Chi ho visto? Ma soprattutto chi può aiutarmi? Chi mai se lo ricorderà?

 

 

 

 

 

 

Troppe domande ti seccano il cervello. Se non trovi risposte.

 

 

 

Mustafa chiese le carte. Volle vedere tutto il suo incartamento.

 

 

 

 

 

E quando fai domanda, non è che il tuo fascicolo arriva subito. Soprattutto se non hai un avvocato che ti difende. Visto che sei già stato condannato.

 

 

 

 

 

 

 

Nessuno di noi ha idea di che cosa siano giorni, e settimane, e mesi in galera. Ma sono tanti, soprattutto se li passi ad aspettare di capire perché tu sia finito dentro.

 

 

 

 

 

 

 

Dopo un po’ arrivò una cartella grigia, con l’intestazione Corte d’Assise dei Pirenei orientali. E Mustafa cominciò a leggere i verbali.

 

 

 

 

 

 

Carcassonne, piazza della repubblica. L’arma del delitto, il coltello, un opinel. Il fegato. L’autopsia: morto per emorragia. Toufik Boudur.. e chi era? Boh,… mai visto né conosciuto.

 

 

 

 

 

Il processo, il giudice. Il mandato di cattura internazionale. La contumacia. Il processo. La sentenza. In nome del popolo francese, Mohamed Berrafai è condannato all…

 

 

 

 

 

Chi? Mohamed Berrafai…Rilesse Mohamed Berrafai

 

 

 

 

 

 

 

 

Sgrana gli occhi. Guarda la parete gialla incrostata. Riabbassa la testa, e rimette a fuoco: Mohamed Berrafai.

 

 

 

 

 

 

 

 

Cominciò a scorrere le pagine. Tornò indietro. Veloce, veloce. Si bagnava il dito con la saliva, quasi le stracciava, le tirava via una dopo l’altra. Come starete facendo voi adesso a rileggere l’inizio di questo post. Dai su su, veloci, col mouse, con la rotellina. Veloci.

 

 

 

 

 

E ogni volta il nome, cui lui stesso non aveva fatto caso era sempre lo stesso: Mohamed Berrafai!

 

 

 

 

 

Mohamed! Cazzo! Cazzo e cazzo!

 

 

 

 

 

Mohamed non sono io!

 

 

 

 

Io sono Mustafa. E Berrfai, non Berrafai.

 

 

Uno scambio di persona. Uno scambio di persone. Io al gabbio al posto di un altro. Ma come hanno fatto a sbagliarsi? Come? Chi è Mohamed…

 

 

 

 

 

Mustafa prese le posate, e iniziò a sbatterle con tutta la forza che aveva sulle sbarre della cella. Svegliò quelli che dormivano con lui. Gli altri otto, tutti algerini e compaesani fino a quel giorno erano stati comprensivi. Ma la pazienza finisce d’incanto se ti svegliano nel cuore della notte. Prima che lo massacrassero di botte disse, in arabo: “Fermi!”

 

 

 

 

 

Alzò la mano per proteggersi dai colpi: “non ero io! Giuro.”

 

 

 

 

 

E quelli stavano per menarlo ancora più forte, in galera tutti dicono “non ero io, non sono stato io, non c’entro. E’ un errore di persona”.

 

 

 

 

 

Ma li fermò ancora una volta. Proprio quando stavano per ammazzarlo di cazzotti sul serio, disse: “no, fermi ho detto! L’hanno scritto Loro. Loro lo dicono. Sta qui nelle carte, nelle carte. Guarda, ecco…”

 

 

 

 

 

E mostrò il foglio con la sentenza che aveva tirato via dall’incartamento. I delinquenti volarono subito con lo sguardo al timbro. Videro lo stemma della Repubblica, e risparmiarono il cazzotto in bocca al compagno di cella.

 

 

 

 

 

Il timbro non mente. Il timbro non si fa le fantasie. Il timbro sono “loro”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel frattempo era arrivata la guardia. Un pezzo di merda alsaziano: si capiva dall’accento. E da come gli disse secco: piantala sennò chiamo il reparto speciale, e ci pensano loro. Vi gonfiano di manganellate e poi vi schiaffano in isolamento.

 

 

 

 

 

Lui urlò: non c’entro niente! Sono innocente!

 

 

 

 

 

 

 

E’ un baleno come passa la voce, in galera. Mentre lui gridava che non era Mohamed, ma Mustafa, gli altri si abbassarono. Sdraiati, pancia a terra, infilavano la capoccia tra le sbarre e da sotto parlavano con i vicini di cella, che lo raccontavano ad altri vicini di cella e tutto il braccio lo sapeva, in un instante. E poi tutta la galera, e dentro le Mura lo sapevano tutti i carcerati.

 

 

 

 

 

 

L’alsaziano aveva quasi deciso di far intervenire il reparto speciale, quello inventato per sedare le rivolte, Mustafa riuscì a convincerlo a leggersi le carte. A leggersi almeno la sentenza.

 

 

 

 

 

 

 

La Republique non lo sa. Non lo vuole credere. Non ci crede per primo il secondino, figurarsi.

 

 

 

 

 

Mah, non lo so. Mica lo so se è vero – borbottò perplesso

– domani parlo col direttore. Adesso piantala e digli di piantarla a tutti quegli altri. Sennò…

 

 

 

 

 

 

 

 

Mustafa passò la notte a piangere. I compagni lo consolarono solo pochi minuti. E poi cominciarono a far finta di dormire. In realtà stavano con gli occhi sbarrati, inchiodati alla rete del castello superiore. Speravano che anche per loro ci potesse essere una sorte benevola, un nome diverso negli atti da tirare fuori.

 

 

 

 

 

Benedette carte e fottuti avvocati – meditavano – che non leggono un cazzo, eppure dovrebbero. Un errore è come una vittoria al lotto: non accade mai, ma puoi sempre sperarci.

 

 

 

 

 

 

 

I nomi non sono più conseguenza delle cose, ma conseguenze per le persone.

 

 

 

 

 

 

 

Il giorno dopo non cambiò un cazzo. Il direttore gli diede ascolto, disse che avrebbe provveduto, ma non accadde nulla. Non passò solo quel giorno ne passarono altri. Settimane.

 

 

 

 

 

 

Mustafa pensò anche che l’unica maniera era imitare gli altri nell’autolesionismo che ti porta dritto in infermeria, e qualche volta al creatore. Li aveva visti mentre si tagliuzzavano gli avambracci o la pancia, con una molla del letto a castello arrugginita. La pelle si gonfia come un pallone, diventa rossa, esce il pus. Una schifezza. Lasciò perdere. In verità non aveva coraggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

Era arrivata la fine del 2003. E dovette pensarci un nuovo compagno di cella, anche lui algerino, e colpevole fino al midollo, che decise di sacrificare un colloquio in parlatorio destinato alla sua inutile difesa. Raccontò al suo avvocato tutta la storia del saldatore fregato per il nome sbagliato.

 

 

 

 

 

Mustafa – che nulla sapeva – un giorno venne chiamato: Barrfai colloquioooo! Gridò il piantone. Non ci credeva, riteneva fosse un errore. Non aveva nessuno in Francia e non pensava che qualcuno da casa avesse deciso di andarlo a trovare. Alla fine si diresse giù al primo piano. L’avvocato Jean-Robert Phung gli strinse la mano e disse: “so tutto. Ahmet me l’ha detto. Ma adesso voglio sentirmelo raccontare da lei”. Mustafa sgranò gli occhi. Superata la sorpresa, iniziò a parlare. Per prima cosa chiese alla guardia di farsi portare il passaporto che stava all’ufficio matricola. L’avvocato gli credette. E iniziò una battaglia solitaria. Non era difficile, bastarono il passaporto e un certificato di nascita. Presentò una richiesta di scarcerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fine Aprile del 2004, si riuniscono la Camera di istruzione e la Corte d’Assise di Montpellier. E ordinano un confronto col fratello dell’assassino.

 

 

 

 

 

Mustafa sale sul cellulare e va diretto in tribunale, nel capoluogo del dipartimento de l’Herault. E si trova davanti quello che per la legge fino ad oggi è stato suo fratello, Fuahd Berrafai. Quest’ultimo guarda Mustafa e poi – candido – si rivolge al magistrato, all’avvocato, al cancelliere, ai poliziotti e infine a Mustafa stesso e aggiunge:

 

 

 

 

 

Io questo qui non lo conosco. Non so proprio chi è”.

 

 

 

 

 

Fuahd fa una lunga pausa e poi aggiunge.

 

 

 

 

 

Mio fratello, che voi cercate dal 1993, è morto nel 1993, in Marocco.

 

 

 

 

 

 

 

Da Midi libre del 20 maggio di quest’anno: “Grazie al suo avvocato, Mustafa Berrai, dopo diciotto mesi di carcere, ieri ha preso il treno per Barcellona, per arrivare poi in pullman ad Alicante, dove aveva costruito la sua vita”. E aggiunge: “en espérant tirer un trait sur cette affaire, qui restera comme l’une des plus sombres de l’histoire récente de la justice française”.

 

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IL SEGRETO DI MATTIA

IL SEGRETO DI SCRIBB

 

di PENZO Guido

 

 

 

 

Mattia è un vivace bambino di otto anni. Con un viso dolce, due bellissimi occhi azzurri e i capelli del colore del grano maturo.

Scribb è un vivace mostriciattolo di otto anni. Con un viso orribile, tre grandi occhi e una folta

capigliatura color rubino che lo ricopre fino a terra.

 

 

Il gioco preferito di Mattia è quello di nascondersi dentro l’armadio della sua stanzetta e spaventare la madre quando lo viene a cercare. In verità la mamma sa benissimo dove Mattia si nasconde ma, per farlo contento, ogni volta si spaventa.

Il gioco preferito di Scribb è quello di nascondersi dietro i cespugli del bosco e spaventare la

madre quando lo viene a cercare. In verità la mamma, una mostruosa creatura dell’altro mondo,

sa benissimo dove Scribb si nasconde ma, per farlo contento, ogni volta si spaventa.

 

 

Francesco, il cuginetto vicino di casa e Tania, la simpatica compagna di banco della terza B, sono gli amici preferiti di Mattia. Con loro si diverte a spaventare i compagni di gioco facendo versi orribili e mostruosi.

 

Ostrag, un piccolo mostro con un orribile naso a forma di proboscide e Nize, una

mostriciattola dalla pelle violacea, sono gli amici preferiti di Scribb.

Con loro rimane in giro tutta la notte e si diverte a spaventare gli altri mostri di

passaggio nel bosco, imitando voci umane.

 

 

Come tutti i bambini particolarmente vivaci Mattia non va molto volentieri a scuola. La sola materia che riesce ad attirare la sua attenzione è Storia. Starebbe ore ad ascoltare la sua maestra raccontare dei Faraoni dell’Antico Egitto, dell’Impero Romano e delle avventure dei grandi condottieri. Però ascoltava volentieri anche le favole.

 

Come tutti i piccoli mostri particolarmente vivaci Scribb non va molto volentieri

a scuola. La sola materia che riesce ad attirare la sua attenzione è Leggende.

Starebbe ore ad ascoltare quel mostro della sua maestra raccontare di Minotauri,

draghi ed Orchi. Ascoltava volentieri anche le favole.

 

Quella che più aveva impressionato Mattia era stata la favola di Cappuccetto rosso, che veniva mangiata da un lupo con due grandi orecchie, due grandi occhi e da una bocca grandissima. Per fortuna alla fine arrivava il cacciatore, che uccideva il lupo e dalla sua pancia faceva uscire, ancora vivi, la nonna e Cappuccetto rosso.

 

Quella che più aveva impressionato Scribb era stata la favola del lupo che, dopo

aver mangiato la nonna e Cappuccetto rosso, aveva mangiato anche il cacciatore

e visse felice e contento a pancia piena.

 

Ma una notte Mattia fece uno strano sogno.

 

Ma una notte Scribb fece uno strano sogno.

 

Mattia sognò di essersi perso in mezzo ad un grande bosco.

 

Scribb sognò di essersi perso in mezzo ad un grande bosco.

 

Mentre cercava di capire da che parte uscirne, Mattia vide un mostro corrergli incontro. Era un mostro della sua stessa altezza, con tre occhi grandi e una folta capigliatura color rubino.

Mattia urlò dalla paura e cominciò a correre, correre sempre più forte.

 

Mentre cercava di capire da che parte dirigersi, Scribb vide un bambino corrergli

incontro. Era un bambino della sua stessa altezza, con i capelli biondi e due

bellissimi occhi azzurri. Scribb urlò dalla paura e cominciò a correre, correre sempre

più forte.

 

Mattia non aveva mai immaginato un mostro tanto brutto e questo lo spaventava ancora di più. Mentre correva sperava che la mamma arrivasse a svegliarlo da quell’incubo.

 

Scribb non aveva mai immaginato un bambino tanto bello e questo lo spaventava

ancora di più. Mentre correva sperava che la mamma arrivasse a svegliarlo da quell’incubo.

 

Ad un certo punto Mattia si sentì afferrare per i vestiti e fu costretto a fermarsi.

 

Ad un certo punto Scribb si senti afferrare i lunghi capelli e fu costretto a fermarsi.

 

“Non spaventarti” disse il mostro, “Mi chiamo Scribb e vorrei giocare un poco con te”.

 

“Non spaventarti” disse il bambino “Mi chiamo Mattia e vorrei giocare un poco con te”.

 

Mattia non riusciva a credere alle sue orecchie e temeva che quel mostro potesse saltargli addosso e mangiarlo in un sol boccone, come gli aveva raccontato la mamma, per spaventarlo, quando non voleva fare i compiti.

 

Scribb non riusciva a credere alle sue molte orecchie e temeva che quel bambino

potesse saltargli addosso e mangiarlo in un sol boccone, come gli aveva

raccontato sua mamma, per spaventarlo, quando non voleva fare i compiti.

 

Mattia non sapeva cosa fare. Dopotutto quel mostro non gli sembrava così cattivo.

Scribb non sapeva cosa fare. Dopotutto quel bambino non gli sembrava così cattivo.

 

“Come hai detto che ti chiami?” chiese Mattia, e poi ancora “Quanti anni hai? Da dove vieni? Tua mamma come si chiama? Sai giocare a calcio?”.

 

“Come hai detto che ti chiami?” chiese Scribb, e poi ancora “Quanti anni hai? Da

dove vieni? Tua mamma come si chiama? Sai giocare a calcio?”.

 

Pian piano Mattia si convinse che parlare con quel mostro non era pericoloso. E sapeva anche giocare a calcio!

Pian piano Scribb si convinse che parlare con quel bambino non era pericoloso.

E sapeva anche giocare a calcio!

 

Assieme giocarono a nascondino, a uno due tre stella, a mosca cieca. Si dissero tante parolacce, ognuno nella propria lingua.

Giocarono poi a biglie con dei sassolini e a rincorrersi fino a cadere a terra, uno vicino all’altro, sfiniti ma contenti. Tanto contenti

da darsi appuntamento al sogno successivo.

Così si ritrovarono e si divertirono tanto che decisero di invitare anche i loro amichetti. Quei sogni diventarono il loro segreto.

 

La mamma di Mattia capì che suo figlio era diventato “grande” quando si accorse che non si spaventava più ma sorrideva mentre gli raccontava storie di mostri.

 

La mamma di Scribb capì che suo figlio era diventato “grande” quando si accorse

che non si spaventava più ma sorrideva mentre gli raccontava storie di uomini.

 

Quello che non capiva ancora era perché Mattia volesse sempre andare a dormire presto la sera.

 

Quello che non capiva ancora era perché Scribb volesse sempre andare a dormire

presto la sera.

 

 

 

 

 

 

FINE

 

Postato da: penzogi a 13:41 | link | commenti |

 

  

4 e 25 di domenica 26 settembre. Ho partecipato alla Maratona di narrazione che si è tenuta all’auditorium di via Volta. La maratona era iniziata alle 18 e 30 di sabato e dopo l’apertura da parte del Sindaco, vari narratori si sono alternati nel raccontare le storie che avevano per tema la letteratura migrante e/o di confine.        Più che narratori erano attori-raccontanti, quindi le narrazioni duravano molto più dei circa dieci minuti prestabiliti. Mannaggia, così si sono fatte le 4 e 25 (ed ero a circa la metà del numero dei narratori). Di positivo é che ero l’unico che presentava un’opera propria (dovevano essere tutte edite), che avevo nel cassetto da un poco di tempo e che è scritta qui sopra.

 

Postato da: penzogi a 10:57 | link | commenti |

 

  
 Devo scrivere, devo scrivere, devo scrivere…ma anche leggere!

Postato da: penzogi a 09:52 | link | commenti (1) |
si legge

16/09/2004
 

  

Postato da: penzogi a 14:38 | link | commenti (1) |
si legge

 

  

Da Repubblica del 12 settembre 2004.

La nuova risorsa dei musei storici delle aziende.

Esiste in Italia un patrimonio culturale…costituito…dalle tradizioni produttive dai grandi e gloriosi gruppi vecchi e nuovi. Pirelli, Barilla, Zucchi, Piaggio, Alessi…Tutte aziende notissime nel mondo, ognuna delle quali ha il suo museo interno. Ora si sono tutte alleate nell’iniziativa “Museimpresa” sotto l’egida della Federturismo/Confindustria, e hanno presentato l’altro giorno all’Assolombarda il loro programma di promozione di questo particolare turismo culturale…Il protocollo con il ministero prevede visite guidate agli oltre cento musei d’impresa…e costituiscono così una preziosa memoria delle tradizioni produttive. (Renata Fontanelli).

Sono ormai più di sette anni che chiedo, più o meno esplicitamente, la creazione di un “museo” della TV presso il Centro di Produzione di Milano. C’è un tesoro in questa Azienda, dai costumi, ai bozzetti scenografici, all’oggettistica, ai mezzi tecnici, alle foto di scena, per raccontare i sogni degli italiani attraverso il lavoro della produzione TV. Un museo interattivo che racconta il passato e illustra il futuro, con la possibilità di muoversi all’interno delle trasmissioni in onda dal Centro TV di Milano. Una vetrina per mettersi in vetrina e recuperare, se fosse possibile, un orgoglio professionale scomparso molti anni fa.

Quello che era un sogno è ormai diventato un incubo che si risveglia ogni volta che leggo che altri “fanno”.

 

 

 

Postato da: penzogi a 11:09 | link | commenti |

15/09/2004
 

  

Incipit

E’ seduto da solo nella stanza degli interrogatori, il viso tra le mani non è rasato. Ha più o meno la stessa età di Caroline, e non ha un brutto aspetto, per essere un matto. Le sembra familiare, come una canzone che continua a tornarti in mente. Prova a dargli un nome: Dave, Steve, George: No, nessuno di questi. Indossa un paio di jeans scoloriti e una camicia nera a maniche lunghe con il colletto aperto. E’ alto, con le spalle larghe. I suoi abiti sono sporchi, ma almeno sono della sua taglia. Non è vestito come un vagabondo. Il Matto sembra…

“IO SONO L’ASSASSINO” è un’affermazione, una confessione che il protagonista del thriller di Jess Walter inizia a scrivere partendo da lontano, da quando, ad undici anni, aspettando l’autobus che l’avrebbe portato a scuola, conobbe la violenza della vita e del coetaneo Pete Decker. Qual’è la colpa che quell’uomo dall’occhio bendato deve espiare e chi è la vittima del suo delitto, sarà quello che la detective Caroline Mabry cercherà di scoprire, raccogliendo la sua confessione.

 

Finiscit

Caroline appoggia il pollice contro la fronte di Clark. Non ricorda di preciso come si fa, ma traccia una piccola croce su quella fronte gelata. Un segno di assoluzione. Clark chiude gli occhi. “Credo che vivere in questo mondo sia già abbastanza” dice Caroline. Poi fissa la città che sta iniziando a svegliarsi. Le prime macchine scendono dalle colline, mentre la luce del sole illumina tutta la valle, circondata da creste scure di pini e abeti. Clark le passa un braccio intorno alle spalle, e il mattino scende su di loro.

Molto coinvolgente la descrizione della provincia americana, “Una zona povera, di gente ignorante che non sapeva neppure di esserlo. Una fila di case tristi lunga un chilometro e larga tre isolati, composta di baracche di legno, roulotte e casette degli anni Quaranta…Erbacce, tegole cadenti, furgoni arrugginiti parcheggiati in cortili grigi accanto a terreni incolti, dove i ragazzi fumavano marijuana e sigarette”. Peccato però che l’indagine della detective del turno di notte si svolga troppo vicino alla centrale di polizia, per essere credibile…peccato.                                 6,5

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