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ATM avrebbe voluto farvi sapere.

Lunedì 23 gennaio, dalle 5,55 alle 6,23 circa la linea tranviaria 29 è stata bloccata in via Procaccini, angolo corso Sempione a causa di un incidente diplomatico tra vetture private. Si cercano testimoni di nozze per un matrimonio da tenersi nella quinta domenica di febbraio. ATM invita tutti coloro che giornalmente si muovono con mezzi privati in città a voler considerare la priorità del servizio di trasporto pubblico non intralciandone il cammino con soste irregolari, ingombrandolo con feriti d’incidenti stradali, con auto occupate da fidanzati in attesa sotto casa, con biciclette fissate con la catena ai binari, con passeggini lasciati fuori dal supermercato, con promesse in attesa di essere mantenute. ATM invita inoltre i signori passeggeri a velocizzare la salita sul tram e, oltre ad una certa età, ad aspettare il tram successivo. ATM ringrazia per la collaborazione invitando a segnalare eventuali salite di passeggeri dalla porta adibita all’uscita presso l’ufficio Relazioni con i Clienti (ATMPoint, Galleria del Sagrato) oppure utilizzando l’apposito modulo per le delazioni presso gli agenti di stazione, quando presenti.

 

 

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Visto cinema, in una multisala, contemporaneamente…una recensione.

ECCEZZZIUNALE MATCH POINT DI UNA GEISHA.

Un giovanotto irlandese abile sulla terra battuta come cow boy sposa Gong Li, rampolla di una ricca famiglia londinese diventata geisha. Mentre invano tenta di dare un erede alla casata conosce Tieco, taciturno mandriano di notte, e viuuuulento tifoso milanista, di giorno. Preziosi kimoni rossoneri, infanzia e amori negati, derby e rodei, crimini e misfatti, delitto senza castigo costretti alla pittorica convivenza in alta quota. La riflessione sull’importanza della fortuna nelle umane vicende fa il pari con il rigore negato a Ziyi Zhang sul finire del primo tempo. Il terzetto è godibile nell’ammiccare al proprio bagaglio umoristico, a prescindere. Con plauso della critica cloroformizzata. Maestoso all’Odeon.

 

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MILANO: Freddo e polveri in aumento “Mettete la maglia di lana e respirate solo se necessario”.

Le targhe alterne, secondo il Sindaco di Milano, non risolvono il problema dell’inquinamento oltre a far salire il costo delle targhe con l’ultimo numero pari. Per intervenire efficacemente, secondo Albertini, sarebbe necessario agire in due direzioni: a destra dopo il secondo semaforo oppure introdurre il “congestion charge” (guidare solo auto di produzione inglese). Perchè invece delle targhe alterne non abbassiamo di due gradi la temperatura dentro le case, mettendoci magari la maglia di lana che la nonna ci ha fatto per Natale, le calze quelle a righe che vanno di moda, le scarpe per passi lunghi e distesi e il cappello con la coda di paglia? Proprio ieri (oggi per chi legge) è entrata in funzione la squadra di 25 ispettori per controllare gli impianti di riscaldamento, la tenuta stagna delle finestre, la presenza di spifferi controllati dai servizi segreti che possano avvelenare il clima politico, la percentuale di lana contenuta nei maglioni di chi vuole sfidare il freddo di queste ore a braccio di ferro. Sconsolato il metalmeccanico sotto casa: “Non si può neanche battere il ferro perchè già freddo!”.

 

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Crisi gas, il governo interviene “Abbassate i termosifoni, non aprite al citofono e smettetela di rimboccarvi le maniche”.

Il grande freddo aumenterà fino a domani, colpendo il Centro Sud. Dopo i tre giorni del condor, i tre giorni della merla saranno freddissimi. A ciò si aggiunge il calo delle forniture di gas dalla Russia. Il Governo, mentre da una parte sta studiando un pacchetto di misure di emergenza, dall’altra chiede agli italiani di abbassare i termosifoni, di tirare le tende (a chi?), di alzare il tono della discussione, di pareggiare i bilanci, di correre ai ripari, di mettere altra carne al fuoco e di incrociare le dita della mano sinistra (la destra deve essere libera di leggiferare). Allo studio ci sono anche consigli specifici per tutti i cittadini quali: abbassate le maniche che vi eravate rimboccati, tirate la coperta verso di voi dopo aver messo le calze di lana ai piedi che, inevitabilmente, si scopriranno, fate partire un applauso per riscaldare l’ambiente, soffriggete le vertigini guardando verso l’ato (atteggiamento ottimista). Altre misure previste sono: XXL e XML. Vi sarà anche una deroga ambientale temporanea per l’utilizzo, in alternativa al gas, del carbone avanzato dalla calza della Befana, dell’olio di salza e merengue, del grasso che cola.

Anche Fassino entra nella polemica affermando: “Trovo patetico questo tentativo di rosicchiare qualche settimana”. Ma quando non c’è niente da mettere sotto i denti…

 

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Com’è la settimana? Decisiva. E il maltempo? Imperversa. La tragedia com’era? Annunciata. Come sono le cifre? Da capogiro. E la concorrenza? Spietata. E la soddisfazione? Legittima. E il confronto? Serrato. Com’è il gesto del suicidio? Inconsulto. E il rinvenimento del cadavere? Macabro. Com’è l’esecuzione? Feroce. Cosa c’è nel Paese dopo un attentato? Sdegno e riprovazione. Cosa mantengono gli inquirenti? Il più stretto (o il massimo o il più rigoroso) riserbo. Com’è la smentita? Secca. E lo spettacolo che si presenta al soccorritori? Agghiacciante. Come sono le trattative? Convulse. E le strutture? Carenti (o fatiscenti). Com’è la vicenda? Squallida. E l’ottimismo? Cauto. E l’episodio? Emblematico. E l’osservatore? Attento…Frasi che non dovrebbero mai mancare nel piatto dove mangio (o maggio).

 

 

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23/01/2006
 

“Guardo sempre dove metto i piedi, per ritrovarli quando torno a prenderli”.

(Guido Penzo)©

 

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VISTI I TEMPI CHE CORRONO E QUELLI CHE STANNO SEDUTI.

L’ impiegato modello dovrebbero decidersi: o impiegato o modello.

 

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Mi piacerebbe fosse una copertina per un mio lettino…dopo averlo scrittino!

 

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INCIPITIANDO

Affabulando ormai da tre giorni: martedì, sabato è domani ed oggi. Che giorno é?

Non ho voglia di andare a scuola. Lo so che un insegnante non dovrebbe avere questi pensieri, ho studiato io. Non ho voglia comunque. Mi domando cosa avrebbe fatto Senofonte al posto mio. Cinque secondi, ma la risposta non arriva. Sarà perchè ho contato a voce alta? Mi giro e mi rigiro, mi giro ancora. La sveglia mi guarda. La giro dall’altra parte. “Alzati che è tardi” c’è scritto sull’adesivo che ho appiccicato dietro la sveglia. Decido di non chiedermi cosa avrebbe detto Senofonte. Mentre cerco la ciabatta destra mi chiedo però se Senofonte è un nome d’arte. Arte? Che arte? Antica. Per fortuna nessuno mi vede sorridere tra me e Sonofonte.

Anche la giornata è inversa, piove. Una pioggia inversa, trasversale. Accendo la radio mentre riempio la macchinetta del caffé mentre sento sopraggiungere una sensazione di disgusto. Sono gli avanzi della cena di ieri. Butto tutto in pattumiera, piatti di carta compresi. Le forchettine no, possono venire ancora utili in una vita singolare. “E’ tardi” c’è scritto sul post-it attaccato sul frigo. Vado in bagno prima che sia lui a venire da me.

 

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WAKE ME UP AT DOMANI!

 

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Proporsi all’arrotontamento limando spigole.

Giornata di sole cocente, senza dubbio ma con ombra. Gianna è in cucina, mi fa gli occhi dolci. Lo sa che è il mio piatto preferito. In salotto la televisione mi guarda. Faccio finta di niente, sfoglio il ficus, poi mi sussiego sul divano e penso che da qualche parte nel mondo stà piovendo. Il dottore mi ha proibito di pensarci sopra, ma la carne è impanata. L’ultima volta che sono andato dal dottore l’ho trovato bene, le indicazioni erano state chiare. Mi ha chiesto se potevo fargli una foto, per il passaporto. “Non sei dei Medici senza fronde?”, gli ho fatto notare. “Si” mi ha risposto “Ma al porto te la chiedono lo stesso la carta d’imbarco“. E’ impressionabile.

Mi sento strano, come straniero in casa propria. L’orologio mi guarda. Penso ad altro. Penso alla lezione che devo tenere, spero che non strattoni. Solo tre giorni fa ho rischiato grosso. Ho preso parte, la mia parte, ad una discussione dov’ero parte in causa e d’altra parte no. C’erano molti argomenti dipendenti, molti licenziosi, qualcuno cassaintegrante. C’è grossa criselide. Amo le licenza poetiche, di pesca o d’arancia spremuta. Solo quando avrò la possibilità di dire quello che penso, senza pensarci, allora sarò libero. Intanto no. Dovrei ascultarmi o farmi vedere in giro. Sarà l’eta? Sarà la salsedine? Sarà l’assicurazione scaduta? “Il sole è cotto, e gli occhi sono nel piatto” mi chiama Gianna. Il caffè no, lo sa, mi rende inperscrutabile. “Eccomi!”.

“IL NULLA DIVENTA MATERIA, MATERIA DI SOLLETICO ALLO SPIRITO E ALL’INTELLETTO, E IL VUOTO CHE SPESSO CIRCONDA UN PARLARE CHE NON RIFLETTE SU SE STESSO, SI COLMA DI SENSO”.

 

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20/01/2006
 

QUANDO LA FANTASIA SUPERA LA REALTA ’

Guido Penzo©  

 

La terra e a lei concorde il mare recintando la vita dell’uomo che nulla  vuol sapere del proprio destino.

Percorrendo la strada nota, incontrando volti conosciuti, raccogliendo certezze e lasciando sul selciato irrisolti dubbi.

Senza affanno attraversa la via, novello Ulisse del giorno dopo, fintanto che il verde giallo diventi.

Assapora senza curiosità il profumo della primavera, certo che la rondine nel ciel farà.

Commenta tra se e gli amici i gol domenicali ed anche il rigor dubbio non coglie. Fallo era e fallo è stato. Fallar non poté.

Condivide l’opinione altrui, afferma se è il caso, diniega raramente, in assenza di ragione tra se e se.

Fin al giorno dell’inaspettato incontro, in sul calar del sole, con solitario remengo, povero diavolo.

Può il filo attorcigliarsi al nespolo per movimento contrario?

Può il tempo indietreggiare spinto dall’ansia della fine?

Può la nostra l’immagine riflettere l’anima dell’eretico?

Può esserci prosa nella poesia?

Può il bastian contrario essere d’accordo?

Queste ed altre domande esplosero nella sua mente, irridendolo nel suo cercar una sola ragione a cotanta follia.

Scherzo del destino? Zampino del diavolo? Spirito di patate? Quale alchimia poteva aver fatto perdere la testa, con tutto il corpo, ad un uomo che fino a quel momento era timorato della scienza e rifuggiva ogni sorta di fantasia?

Aveva 67 anni quando è scomparso da casa. Era la sera del primo aprile. La moglie, che aveva da poco congedato l’amante, l’attendeva per la cena. Non vedendolo arrivare, alla solita ora, si preoccupò, anche perché la pasta al pomodoro che gli aveva preparato stava diventando scotta. Non era solito far tardi, ma neanche presto. Non aveva vizi né strane abitudini, non alzava mai la voce né il gomito, non andava mai in bianco e non era mai al verde. Pensando ad uno scherzo dei vicini, la denuncia della sua scomparsa fu presentata ben quattro settimane dopo, quando la pasta era ormai immangiabile.  Difficile fu cercarlo, non era sulla retta via né in curva, non era al bar né a casa di suo fratello. La polizia diramò la sua foto su tutti gli alberi, anche Chi l’ha visto l’ha cercato, il tempo di un ma…Ma di lui non ci fu traccia da quella sera. Pareva dissoltosi nel nulla o, se preferite, nell’acido.

 

 Ancor oggi l’immagino, in compagnia di quel povero diavolo, in giro vagante questionario a domandar, da destra a manca, da est ad ovest, da sud a Viggiù, tante domande da impazzir: Può un tramonto così chiamarsi anche tra il mar? Può un portaritratti contenere un paesaggio? Si possono aver dubbi nell’età della ragione? Se il fine giustifica i mezzi, il grosso giustifica gli interi? Chi più ne ha, in quale cassetto li mette? Così via, dopo via, dopo via. Senza fine chi fine non ha. Oltre è troppo.

 

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INPERTERRITA’ SI ALZO’

Alle sette di ma Tina, dov’era? Con Alice, fraudolente sempre in ritardo! Tris con Didone se hai coraggio, al calar. Captando sotto la doccia il vil massaggio, asciugo il ragù in pasta stracotta di me. Tant’è troppa sul piatto spigoloso. Eppur c’è stato un periodo in cui purea normale, quando rincorreva una palla (per nulla credibile) in su e giù per il campo di gioco, passando per il via. Incrociando nel suo andirivieni chi rivieniandi. Parea normale, pareo invernale. Par condicio ancora per poco. Poco cervello, certo, in corpore menbrato. Dir qualcosa di logico? Ancora? Allora dirò che l’astri han cambiato rotta e si son messi in triciclo, beati loro e li santi tutti. La qualcosa cambierà musica, basta sapella ascoltare. Sapella.

“Gnam gnam disse il lupo, in bocca.”

 

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Ho avuto una visione,una visione senza tele!

Di Alessandro Bergonzoni

Ho avuto una visione, una visione senza tele! gente che invadeva un campo da calcio andava verso le telecamere toglieva le tele a chiudeva nelle camere tutti i calciatori e i tifosi per un anno a parlare tra se e se quindi in uno spazio molto ridotto…; i palinsesti si riassestavano sul nulla a tutte le ore, le trasmissioni di intrattenimento non trattenevano piu’ nessuno, anzi tutti uscivano da se stessi e non ci facevano piu’ ritorno; la prima serata era oscurata dalla seconda e la terza oscurava quella prima, e tutto era chiaro finalmente chiaro; il sabato sera era sostituito da Venerdi’ e Venerdì insieme a Robinson Crosue’ portavano tutti in mezzo a un mare di guai e guai a loro se non ci restavano…; i conduttori venivano condotti dove potevano tenere una condotta piu’ consona alla loro natura: diventavano cavi elettrici e finalmente capivano cosa vuol dire darsi una scossa… Le ospitate creavano emicranie tali da non riuscire a esser curate nemmeno con cachet miliardari; i casi umani di certi disumani venivano risolti da cani, cioe’ male e a morsi e rimorsi, (il rimorso di non aver smesso prima di fare trasmissioni bestiali); ballerine venivano imballate per poi danzare piu’ spedite; annunciatori e annunciatrici boomerang (che erano diventati giornalisti per il vento che tirava), ritornavano annunciatori e annunciatrici; miriadi e miriadi di simpatici a se stessi che diventavano finalmente antipatici a noi stessi; “teleaspettari” che non aspettavano piu’ e decidevano di andare a Ramengo ,a quel paese, o anche chissà dove, piuttosto che starsene con chissà chi a vedere chissà cosa per chissà quanto e chissà come; comici che ritornavano in teatro o al cinema o in radio o al citofono piuttosto che tornare in tv; giovani fan che presi da stima in se stessi smettevano d’esser presi per il catodo, leccavano meno gelati meno telefoni e meno idoli, e soprattutto, perchè essendo veri “fan”, li mandavano a “fan” culo’; cuochi che tornavano in cucina a lessare i marroni; concorrenti a caccia di soldi che sparavano idiozie e poi si sparavano anche tra di loro e nessuno in quel caso manifestava contro la caccia; direttori di rete che cominciavano a pensare; nessuno che si alzava piu’ in piedi se premiavano un cretino alla carriera o una finta donna vestita da finta pantera; nessun giornale che scriveva piu’ di chi ha fatto la storia della tv, anzi sembrava qualche critico cominciasse a togliersi dalla tv e ci raccontasse che storia e’ questa non quella della tv; pensatori che si accorgevano che non potevano far niente dall’interno perché la tv dentro non ha niente; sceneggiati reality e sit comedy interrotte dalla buon costume, dal buon gusto, di buon grado, dal bel tacer, dal buon padre di famiglia, dal bell’imbusto, dai Nas, dalla bella addormentata, dal buon samaritano, dal Buon Dio……
Ho avuto una visione, una visione senza tele! Sogno o bisogno?
Dipende sempre da quanto siam complici e conniventi di certi ambiti da deficenti! Da solo chi scrive di tv o fa tv non va avanti!!! Togliamo la nostra benzina, a forza di andare avanti solo a spinte si fermeranno…
Crescete e moltiplicatevi. Cresciamo e moltiplichiamoci.
Sempre vostro
Alessandro Bergonzoni

10, 11, 12 MARZO 2006 SCIOPERO DEI TELESPETTATORI.

 

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19/01/2006
 
  Titolo Carrramba che pasticcio! (quattro funerali
 

                                    Avete mai visto una poltrona iperattiva?

 

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La vecchia Volkswagen color crema del venditore di matite era parcheggiata a meta’ di via dei Rododendri. La Punto color verde bottiglia del prestigiatore era nascosta dentro il cilindro. La Polo beige del giocatore di scacchi era indossata dallo stesso. La 600 di Balaklava color nero dello scrittore svedese era sistemata. La nuova Fiesta Espagnola si divertiva guardando tutti dall’alto in basso in attesa di essere messa in moto (che strano destino, per un’auto, essere messa in moto)…mi ripeto:

“SE UN’AUTO PUO’ ESSERE MESSA IN MOTO, UNA MOTO IN COSA PUO’ ESSERE MESSA?”

 

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ARRONCIGLIATO!

La siccità si protraeva ormai da dieci milioni di anni, e il regno delle terribili lucertole era finito da molto tempo. Di figurine di calciatori non era più il tempo né di soldatini. Frisby non si sapeva neppure come si scriveva, immaginate vederli volare. Non era più il tempo della raccolta delle mele chè già si aspettava la vacanza contrattuale. “Vedi” disse. Bello dentro lo prese per mano e lo accompagnò in aperta campagna. “Qui fa freddo” disse. Bello dentro chiuse la campagna. Bisognava saper aspettare, dare tempo al tempo, condividere l’attesa. Troppe cose simili da fare contemporaneamente. “?” disse. Bello dentro non aveva parole, così cominciò a gesticolare con i suoi mille tentacoli e 500 tentazioni. Tra le altre aveva la tentazione di abbandonarlo a se stesso, la tentazione di correre a trova fiato verso la luna introversa, la tentazione di lanciare un’Opa, la tentazione di dire qualcosa di sensato, magari olfattivo. “?” disse. Bello dentro lo guardò immaginando se stesso da vecchio. Si vide affranto di tanto in tanto, avvinto quando non perdente, alluci nato. Raccolse la lancia spezzata da terra cercando un valido motivo. Trovò un ritornello storno abbandonato da chi non era riuscito a canticchiarlo. “?” disse. Bello dentro si era nel frattempo “arroncigliato”.

Arroncigliato” è tratto da Vincenzo Cerami, L’incontro, Mondadori, pag.37. Dopo aver letto questa parola ho fatto una fatica terribile a continuare a leggere. Ogni tanto mi fermo nella lettura, mi ricordo di “arroncigliato” e appoggio il libro.

 

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Giornata impegnattiva

Devo farmi una tabella di marcia, senza tornare sui miei passi, seguendo le orme di chi mi ha preceduto. Devo scrivere un articolo che riguarda “scomparsa delle mezze misure”: Sono in dubbio tra “gli” o “la”. Devo decidere se fare la cresta sui conti o sul gallo. Devo andare oltre la scritta “Introduzione” nell’introduzione. Non devo farmi domande tipo “Quì casca l’uomo” come dice l’asino (dove?). Devo scrivere delle lodi a caso, nella speranza che mi risponda (da che sponda?). Devo cercare di cambiare il mio destino (ma se cambia, che destino è?). Altro.

 

Titolo Memorie di un cuoco d’astronave
Autore Mongai Massimo
Prezzo € 13,43
Dati 256 p., ill.
Anno 2000
Editore Mursia (Gruppo Editoriale)
Collana Golosia e C.

 

 

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si legge

18/01/2006
 

 

Quando ho i brividi mi vien la pelle d’oca. All’oca, quando le vengono i brividi, che pelle le viene?

 

 

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17/01/2006
 

PIANETA CHE VAI GIOCO CHE TROVI.

Guido Penzo © – Angela Fassio  

 

Giù nel fango, e poi rotolando lungo il pendio, in mezzo alla boscaglia, fino al torrente per cercare di far perdere le proprie tracce. I segugi si potevano anche seminare, ma i robot cacciatori che dall’alto scandagliavano la zona costituivano una minaccia assai più temibile. E fra non molto le batterie del dispositivo di dissimulazione si sarebbero scaricate, rendendolo un facile bersaglio. Doveva pensare a come procurarsene delle altre, ma aveva qualche difficoltà a ragionare mentre correva, saltava e rotolava per distanziare gli inseguitori. In una parola, mentre cercava di sopravvivere. A giudicare dall’accanimento con cui lo braccavano doveva esserci rimasto solo lui, ancora vivo, ma non lo sarebbe stato a lungo se non fosse riuscito a trovare un nascondiglio dove riposare almeno qualche ora e del cibo.
E dire che era venuto lì per divertirsi, passare qualche giornata all’aria aperta facendo del moto, provare l’emozione di vivere a stretto contatto con la natura selvaggia e mettere alla prova le proprie capacità di resistenza. Doveva essere un gioco. “Lo vedi quel lago laggiù?” gli aveva chiesto il Coordinatore mentre gli consegnava il dissimulatore ipovisivo, “Quello è il tuo punto di partenza”. Un lago non l’aveva mai visto, l’acqua esisteva solo nelle proiezioni ipersensometriche e l’aria che stava respirando a pieni polmoni si poteva inalare solo negli appositi xyosbas, per pochi secondi. All’Agenzia dove aveva acquistato il viaggio-gioco gli avevano assicurato sensazioni mai provate: respirerai l’aria mattutina, rotolerai nel fango, affonderai i piedi nella neve, camminerai su infiniti granelli di sabbia, in un percorso fatto di 365 caselle. Peccato per quelle note scritte in una lingua a lui sconosciuta, in cui si diceva che sarebbe diventato la preda di quel survival-game, dove Robot cacciatori, per ironia del tempo, sarebbero stati i predatori. Aveva pagato 5.000 Frast per sentirsi vivo, casella dopo casella fino al prossimo bonus di sopravvivenza. Non sapeva che i Robot avevano pagato 30.000 Frast per “giocare” con lui.

 

 

 

 

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16/01/2006
 

Ci sono domande a cui non sempre riesco a fare di SI con la testa. Qualche volta mi lasciano dei dubbi, a volte delle noccioline. I dubbi li coltivo, le noccioline le snocciolo. Ci sono altre domande che mi lasciano su un piede solo con l’indice della mano sinistra che tocca il naso (sono le domande che più mi mettono in difficoltà). Domande di fine rapporto, quelle si che dico di no. Domande retoriche, forse. Questa mattina mi sono svegliato con una domanda in testa che non riesco a mandarla via con il pettine. Ecco:

SE L’OCCASIONE FA L’UOMO LADRO, RUBARE COSA LO FA?

Ho cercato una risposta tra le mura addomesticate, ma non l’ho trovata neanche sotto il tappeto (ho però trovato una biglia di quando sarò bambino). Adesso si è fatto tardi, devo andare a giocare.

 

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NON SO DOVE ANDARE

 

MA SO COME ARRIVARCI.

 

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13/01/2006
 

Il giro del mondo in 80 giorni.

 (Ai giorni nostri)

 

 

 

Il 6 ottobre 2003 la casa al numero 7 di Faville-Row, Burlington Gardens, che era stata di Sheridan fino al 1816 e del bisnonno Phileas fino al 1893, era abitata da Harry Fogg, che era uno dei membri più singolari e distinti del Reform-Club di Londra, benché si sforzasse di non fare nulla che attirasse l’attenzione sulla sua persona. Inglese senza alcun dubbio, ma forse non londinese, Harry Fogg non si faceva mai vedere né in banca né in alcuno altro dei centri d’affari della città; non era né industriale, né mercante, né negoziante. Harry Fogg, come il suo bisnonno, era membro del Reform-Club, e questo era tutto. Era anche indubbiamente ricco, ma come lo fosse diventato nessuno sapeva dirlo. Harry Fogg viveva solo nella sua casa di Faville-Row dove non entrava nessuno. Faceva colazione e cenava al Club ad ore cronometricamente invariabili, sempre nella stessa sala ed alla stessa ora, isolato e senza invitati.  Aveva un solo domestico, André detto Passepartout, lo stesso soprannome del bisnonno Jean, già domestico di Phileas. Lasciata casa sua alle undici e mezzo di mercoledì 6 ottobre e dopo aver fatto precisamente 575 passi col piede destro e 576 passi col piede sinistro, Harry Fogg arrivò al Reform-Club e raggiunse la sala da pranzo, prendendo posto al solito tavolino che aveva il coperto già preparato. Alle 12 e 47 il gentiluomo abbandonò la tavola dirigendosi verso il sontuoso salone, dove un domestico gli porse il “Times” ancora intatto. La lettura di tale giornale durò fino alle 15 e 45 e quella del “Sun”, che le fece seguito, fino all’ora del pranzo. Alle 17 e 40 Harry Fogg riapparve nel grande salone e si sprofondò nella lettura del “Mirror”. Mezz’ora dopo apparvero alcuni soci del Club, amici di Harry, l’ingegnere William Stuart, i banchieri Andrew Sullivan e Bob Fallentin, il birraio John Flanagan e Samuel Ralph. Tutte personalità di primo piano circondate da particolare considerazione anche nell’ambiente del Club. Quel giorno, come 131 anni prima, la discussione si accese sul giro del mondo in tre mesi. “In ottanta giorni” corresse Harry Fogg. “Sia pure, ma in teoria” esclamò William Stuart, “Senza lasciare alcun margine al cattivo tempo, ai venti contrari, ai naufragi, agli incidenti ferroviari”. “Tutto compreso!” sentenziò Harry, come già aveva fatto il suo bisnonno Phileas, senza alzare gli occhi dal giornale. “Anche se lo sciopero dei controllori di volo dovesse provocare la chiusura degli aeroporti o l’astensione dal lavoro dei ferrovieri dovesse bloccare i treni?” obiettò William Stuart.  “Tutto compreso” ripetè Harry Fogg, “In teoria e in pratica”. “In teoria, forse, ma in pratica vorrei vedere” disse Andrew Sullivan aggiungendo “Sono pronto a scommettere ottomila sterline che un viaggio simile, fatto in condizioni del genere, è impossibile”. “Possibilissimo!”. “Ebbene fatelo!”. “Lo faccio, e subito! Solo vi avverto che lo farò a vostre spese.”  “Ma questa è una pazzia…non scherzate”.  Un buon inglese non scherza mai quando si tratta di una cosa seria come una scommessa” rispose Harry Fogg, “Scommetto quarantamila sterline contro chi vorrà, che io faccio il giro della terra in ottanta giorni o meno, ossia in millenovecentoventi ore pari a centoquindicimila duecento minuti, visitando tutti i 754 luoghi dichiarati patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Accettate?”. “Accettiamo” risposero Stuart, Fallentin, Sullivan, Flanagan e Ralph dopo essersi concertati, come fecero 131 anni prima i loro bisnonni. “Siamo d’accordo” confermò Fogg, “Il treno di Douvres parte alle 20 e 45 e lo prenderò”. “Stasera stessa?”. “Stasera stessa” concluse Harry Fogg consultando il suo computer tascabile “Oggi è mercoledì 6 ottobre ed io dovrò essere di ritorno a Londra, in questo stesso salone del Reform-Club, sabato 25 dicembre, giorno di Natale, alle 8 e 45 di sera.” Della scommessa fu fatto e sottoscritto il verbale senza che Harry Fogg perdesse nulla della sua imperturbabilità. Fu specificato, come verifica dell’avvenuta visita dei luoghi “patrimonio dell’umanità”, che lo stesso Fogg avrebbe spedito una cartolina, dal luogo visitato, all’indirizzo del Club. Alle 19 e 25 Harry si congedò dagli amici e lasciò il Reform-Club. Alle 19 e 50 apriva la porta di casa sua, con sorpresa di Passepartout. “Partiamo tra dieci minuti per Douvres e Calais”. 

 

 

 

“Il signore parte?” chiese Passepartout. “Si, facciamo il giro del mondo. In ottanta giorni, e non abbiamo un minuto da perdere”. “Il giro del mondo in 80 giorni?”, pensò Passepartout “Questa storia l’ho già sentita”. Infatti l’aveva raccontata il suo bisnonno al suo nonno e poi a suo padre che, a sua volta, l’aveva raccontata ad André. Il giro del mondo in 80 giorni per scommessa, una scommessa già vinta più di cento anni prima, ma oggi con treni superveloci, aliscafi, aerei con rotte transoceaniche, quel viaggio si poteva effettuare in pochi giorni, non in ottanta. “Dobbiamo visitare 754 luoghi” confermò Harry Fogg al dubbioso Passepartout, “754 luoghi dichiarati patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Visiteremo San Pietroburgo in Russia, il delta del Danubio, Zanzibar, l’Havana, e da ognuno di questi dovremmo mandare una cartolina illustrata al Reform-Club. Saremmo di ritorno tra ottanta giorni e avremmo spedito 754 cartoline”.  

 

Intanto la notizia della partenza di Harry Fogg si era diffusa dal Reform-Club in tutta la metropoli, i giornali se ne erano impadroniti e la “questione del giro del mondo” commentata, discussa, analizzata, appassionava tutta l’Inghilterra. Dopo alcuni giorni le prime cartoline illustrate cominciarono a giungere all’indirizzo del Club. La prima era stata imbucata al Nahanni National Park in Canada, mentre la quarta, che giunse prima della seconda e della terza, raffigurava il Wood Buffalo National Park. Poi arrivò la cartolina da Yellowstone Park, seguita da quella che raffigurava la Statua della Libertà e la settima dalla Città di Zacatecas in Mexico. Tutte erano numerate da Harry Fogg e venivano bollate e timbrate nel paese da cui venivano spedite. Dopo 25 giorni erano già arrivate 115 cartoline e sicuramente altrettante erano già state spedite. Arrivavano da Santa Ana de los Rios de Cuenca in Ecuador e dalla città di Cuzco in Perù, dalla Piazza del Duomo di Pisa e dal Memoriale della Pace di Hiroshima in Giappone. Più i giorni passavano, più le cartoline arrivavano, più i soci del Club avevano la sensazione di aver perso la scommessa. Quando, a partire dalla nona settimana dalla partenza, le cartoline, invece di aumentare diminuirono. Prima 18, poi 11, poi 5. Il settantaduesimo giorno non arrivò alcuna cartolina. Il giorno dopo solo cinque, poi niente. 

 

Alle 8 e 35 di sera di sabato 25 dicembre tutti i soci del Club erano riuniti per salutare il ritorno di Harry Fogg, incolpando del mancato arrivo di tutte le 754 cartoline a disguidi postali. Ma nessuno si era ancora presentato. Allorchè l’orologio del salone segnò le 8 e 40 William Stuart osservò: “Signori, tra cinque minuti scadrà il termine stabilito”. “Adagio, adagio” ammonì Bob Fallentin “Sapete bene che il nostro collega è un grande eccentrico. Conosciamo la sua precisione. Non arriva mai né troppo presto né troppo tardi. Se lo vedessimo comparire all’ultimo minuto non ne sarei affatto sorpreso”. Ma alle 20 e 45 Harry Fogg non fece il suo ingresso al Reform-Club. Neanche alle 20 e 46, né alle 21 né il giorno successivo. Così Stuart, Fallentin, Sullivan e Flanagan si ritrovarono, a differenza dei loro nonni, per brindare alla scommessa vinta. E Harry Fogg che fine aveva fatto?  Harry, in compagnia del fido Passepartout, si era convinto, spostandosi velocemente da un luogo all’altro, che molti dei siti dichiarati patrimonio dell’umanità meritavano una visita più lunga del tempo necessario per spedire una cartolina.  E il loro viaggio non è ancora terminato.    FINE

 

Postato da: penzogi a 15:52 | link | commenti |

 

Non è la solita zuppa.

Ode Barbara.

S’ode un fremitio di fremiti 

di giovin italici.

S’ode a destra un languir 

di languidi sguardi.

S’ode a sinistra un sinistro calpestio 

di anonime presenze presenti.

S’ode in cucina un ribollir

d’acqua nel pentolin.

Sode, al fin le uova

son sode.

 

Postato da: penzogi a 14:50 | link | commenti |

 

Pioggia
di Barone Lumaga Vincenzo
NeroPremio ed. 24  l’ho letto qui

Notte fonda. Gli alberi fuori la mia casa sono supplizianti frustati dal vento e dalla pioggia. Lampi sporadici illuminano il campo con i suoi scarni cespugli squassati e sferzati.
Passeggio avanti e indietro accanto alla finestra pensando a lei, guardando le foto, rileggendo lettere. Dee Dee Bridgewater canta “All Blues”, e questa casa mi appare vuota come un tempio in rovina. Non posso credere di essere di nuovo solo. Ripenso a quando ho avuto le prove del suo tradimento, e ho capito finalmente che aveva smesso di amarmi. Ho creduto di impazzire, poi ho deciso di cancellarla dalla mia vita. Ma sto ancora tentando. Mentre ammiro la natura che infuria su se stessa ricordo: in notti come questa bevevamo grappa accompagnata con cioccolato fondente, ascoltavamo jazz e si restava svegli a letto a parlare fino all’alba. Così ora BEVOePIANGOeRIDOeFUMO, mentre la pioggia tamburella i vetri, il vento sibilando cerca una fessura per entrare. Tutto questo vedo attraverso un velo di lacrime, la nostalgia si spande e sale al soffitto come volute di fumo. Se lei potesse tornare. Potessi farla tornare da me. Saprei perdonare. Ma c’è solo la furia degli elementi che bussa alla mia porta, solo la voce del vento a chiamarmi.
Un lampo più forte illumina un movimento in fondo al giardino, vicino la terra smossa da poco. Qualcosa, qualcuno barcolla incerto tra gli alberi. Una figura familiare avanza. L’istinto e l’amore mi guidano, e spalanco la porta incurante della pioggia. Un altro lampo, e ora ci guardiamo bene, io e lei. Perché è proprio lei, e il respiro mi muore in gola, mentre mi guarda fisso. Lei, con gli occhi sbarrati, boccheggiante, zuppa di pioggia, sporca di terra, con al collo i segni di una stretta terribile (qualche ora fa).
“Amore”, mormoro
(lei è tornata da me)
“Amore”, chiamo, afferrando la vanga poggiata al muro
(lei è tornata per restare)
“Amore!” grido, mentre le corro incontro….

E’ quasi l’alba, quando ricopro di nuovo la buca.

“Pioggia” di Barone Lumaga Vincenzo – Tutti i diritti riservati

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