Frasi che mi daranno un vita agiata.

“Nella vita i soldi non sono tutto,
ci sono anche le cose che si possono comperare”.

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Ricetta della torta di mele di Eva, da non confondersi con la torta Paradiso.

Dopo aver creato Adamo ed Eva li mise a vivere in una cucina superaccessoriata, col microonde, il Bimby e il tostapane, comandando loro di nutrirsi liberamente di tutti i frutti e di tutto quanto potevano trovare nella dispensa. E nella dispensa c’era ogni ben di Dio, per dire. Qualunque ingrediente potete sognare c’era. Potevano preparare dolci salati, matriciana, piatti arabi, indiani pelle rossa, indiani d’India, glassmestersil, fricadedelles à la bière, pizza napoletana, ciambelle senza buco, mussaka, Cuba Libre quando ancora non c’era Cuba e karkadè. Una torta Paradiso! Potevano cucinare di tutto anche se dopo aver preparato gli involtini primavera dovevano cambiare aria. Tutto era permesso, anche la cipolla nella matriciana. Potevano addirittura mangiare l’uovo oggi e la gallina domani.
Egli pose un solo divieto. Parcheggiare in doppia fila? No. Indossare i moon boot in spiaggia? No. Farsi la ceretta ogni morte di Papa? No. Bere dal calice alzando il mignolo? No. Mangiare la mela? Si. Potevano alzare il mignolo e magari anche il gomito ma non mangiare una mela? Si.
E cosa chiese Eva come regalo di compleanno, il terzo in quella settimana perché non era stato ancora inventato il calendario, una borsetta di serpente tentatore? No. Un paio di decolleté schwarz tacco 14 viste su Zalando? No. Un glitter shower eyeshadow da Kiko? Un vestito con volant di colore rosso in seta di Valentino con girocollo, manica corta e chiusura con bottone posteriore. No. Una mela? Si, proprio una mela, ma non una Granny Smith o una Pink Lady ma quella mela vietata, indipendentemente dall’età.
Come si fa a dire di no ad Eva con la scusa che lo fai per la sua salute, perché una mela al giorno leva il medico di torno? Come si fa a dire di no ad Eva quando ti rende complice facendotela assaggiare prima di preparare la torta? Come si fa a patteggiare sperando in una riduzione della pena quando non esisteva ancora l’avvocato d’ufficio?
Allora la Corte entrò e il Giudice chiamò davanti a se Adamo, che continuava ad indicarla, ed Eva. Entrambi erano nudi davanti al Signore tranne che per una foglia di fico di Dolce e Gabbana. Alla donna disse: Moltiplicherò i tuoi mal di testa e le tue gravidanze, partorirai con dolore i figli fino a quando non inventeranno l’epidurale, cucinerai bene o male tutti i giorni e la domenica l’arrosto con le patate, rifarai il letto matrimoniale da sola e laverai i panni sporchi in famiglia. Poi guardò Adamo, che continuava ad indicare Eva, e disse: Poiché ti sei fatto circuire da tua moglie, come al solito, andrai a lavorare dal lunedì al venerdì e ti sognerai la pensione. Le festività avrai a pranzo tua suocera e se vorrai il pane te lo dovrai sudare andandolo a prendere direttamente al forno. Come massima punizione tiferai Inter!
Poi li cacciò sulla Terra e li costrinse ad abbonarsi a DAZN e, se volevano un tetto sopra la loro testa, a farsi un mutuo.
Più o meno potrebbe essere andata così, ed è stato Profeta in Paradiso perché ancora oggi abbiamo bisogno di lavorare per pagare il mutuo e l’Inter è un Purgatorio.
Segue ricetta.

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Da grande volevo vincere MasterChef ma anche il Nobel va bene.

masterchef+logo
Si, lo so, non è la stessa cosa ma, se proprio non riesci a superare l’Invention Test perché in cucina il pelapatate elettrico color fucsia o il Bimby che oltre a cucinare ti prepara anche il caffè e l’ammazzacaffè li hanno già inventati, a conti fatti anche il Nobel per la Fisica va bene. Certo che solo vincendo il programma Tv sarai famoso per più di 15 minuti, a puntata, repliche comprese, avrai inviti a cooking show, partecipazioni alla Prova del Cuoco come giudice o a Cuochi e Fiamme come assaggiatore, oltre a forniture di farina 00 e patatine per tre anni. Mentre chi vince il Nobel per la Fisica è famoso giusto il tempo necessario ad andare su Google, dopo la nomina, per controllare come si scrive correttamente il suo nome tipo: Johannes Diderik van der Waals, Aleksandr Mikhailovic Prokhorov o Takaaki Kajita.
Ma vincere MasterChef non è facile. Per questo bisogna prepararsi con alcune nozioni base per non sbagliare i tempi di preparazione impiattare alla rinfusa, troppo abbondante, senza un’anima e senza uno stile, praticamente un “mappazzone” come direbbe chef Barbieri, in modo veloceeee! come urlerebbe chef Cracco senza volere che muore Bastianich. Bisogna essere preparati alla prova in esterno dove si può cucinare casonsèi e polenta Taragna per 100 bergamaschi al ritorno dallo stadio dove l’Atalanta ha perso col Napoli o piatti “scomposti” che saranno assaggiati da Chef 5 stelle Michelin, 3 buone forchette Gambero Rosso, 2 cappelli Guida Espresso, 4 calici mezzi pieni dell’Osteria Ottimista all’angolo e un buon rapporto qualità/prezzo su Tripadvisor. Non ci si deve, poi, farsi spaventare da una Mystery Box con la paura, una volta sollevato il coperchio, di trovare una lettera dell’Agenzia delle Riscossioni che vi chiede il pagamento di un bollo auto di quattro anni prima. Di solito troverete un pollo da spennare, meglio se americano e ricco, un pesce da squamare, uova di quaglia da squagliare prima che il “pollo” spennato vi denunci per truffa, e qualche ingrediente per preparare piatti poveri ma ricchi di sapore, da portare all’assaggio di Chef Cannavacciuolo per evitare di togliersi quel grembiule bianco che tanto “sfina” e diventare protagonisti del prossimo Cucine da incubo. Adesso avete pochi secondi per corre in cucina a prendere gli ingredienti che vi servono. Pronti? Via. Stop, tornate ai vostri banchi.
Verificate ora la vostra preparazione rispondendo ad alcune domande tra il losco e il lambrusco: Quali sono gli ingredienti intrusi nella salsa bernese tra: tuorli d’uovo, aceto di vino bianco, bandierina svizzera, erba cipollina, succo di limone, curry, pepe e cipolla?
Chi è più cotto tra l’uovo alla coque, l’uovo in camicia, l’uovo di Pasqua, l’uovo barzotto, l’uovo di Colombo, l’uovo alla Benedict e l’uovo sodo?
Vi hanno regalato un panetto ed un pastello, anche se voi avreste preferito un twin set in cashmere, che cosa ne fate? La pasta sfoglia, la pasta fillo, la pasta brisé, la pasta di mandorle, la pasta frolla o vi fate dare lo scontrino per cambiarli con un comodo maglioncino?
Qual è la differenza tra chutney e confettura? Come si pronuncia chutney? Cutnei, ciutni o ciwawa? Confettura con due effe o una sola?
Oltre ad avere la puzza sotto il naso, qual è la differenza tra la meringa italiana e la meringa francese, inventata da un cuoco svizzero del cantone di Berna invidioso perché la salsa bernese invece è francese?
Cosa significa “nappare”? Vedere Napoli e poi morire oppure versare un fondo di cottura su una pietanza o chiudere un rollè ripieno o frustare una salsa fino a farla diventare liscia e accondiscendente?
A cosa serve un sonicatore, oltre a chiedersi cos’è? Per affumicare, per la cottura a pressione in forno, per cuocere a ultrasuoni, per la sferificazione o per imbalsamare animali?
Cosa non bisogna mettere in una ganache? Panna, burro, zucchero, cioccolato, gelato gusto puffo o le calze spaiate prima dell’asciugatrice?
Perché si “prende” uno spaghetto? Per verificare il grado di cottura della pasta, per giocare a shangai senza shangai o quando vi girate all’improvviso e trovate vostra suocera alle vostre spalle che controlla che non muoviate altri spaghetti giocando a shangai?
Cosa sono i tajarin? Un gruppo musicale messicano, un secondo valdostano, un dolce sardo, una pasta lunga piemontese o dei bicchierini di bianco serviti nei bar veneti in attesa dei tramezzini?
La lonza è un volatile che non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta, un maiale che bete e zugghia e fonca trombazzi o una mucca che zuto t’alloppa, ti sberenecchia; e tu l’accazzi?

Più facile vincere il Nobel per la Fisica, comunque vi chiamate.

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Capitolo tot.

Torta sbriciolata di ricotta e cioccolato per la nonna di Cappuccetto Rosso che poi se la mangia il cacciatore stufo di coniglio piselli e funghi

C’era una volta una dolce bimbetta che solo a vederla le volevano tutti bene, specialmente la nonna che non sapeva più che cosa regalarle. La cucina di Barbie mai usata con kappa di Ken, completa di stoviglie di Barbie, piattini di Barbie e posate di Barbie? Ce l’ha. Gira la moda di Barbie con più di 500 mini modelli di Dolcetto e Gabbana che potranno essere assemblati dalla sarta di Barbie? Ce l’ha. Il manuale per essere una perfetta fascion blogger, per personal sciopper con outfit trendy, un personal brandy, very fancy in una community su blog lovin, a letto con l’influencer e la febbre a 38°, che Chiara Ferragni ti telefona per sapere quale costume indossare ad un ballo in mascara? Ce l’ha, con dedica di Selvaggia Lucarelli alla piccola Cappuccetto e l’invito a diffidare del lupo “Fedez” cattivo. Un cappuccetto di velluto rosso? Manca. Da quel giorno divento per la nonna, per la mamma, per i fratelli Grimm della porta accanto e per il gruppo di piccole pesti dell’alta società che la bullizzava all’asilo: Cappuccetto Rosso.

Una sera la mamma, che non voleva essere disturbata mentre guardava Temptation Island Vip, decise che era giunto il momento per la piccola in età puberale di separarsi dalla famiglia, mentre il padre sconosciuto era a ubriacarsi nei peggiori bar di Casalpusterlengo, attraversare il bosco e raggiungere la nonna, proprio quella spilorcia della nonna che pur di risparmiare 20 euro di abbonamento a Sky le aveva regalato uno straccio rosso simbolo della maturità sessuale. Eppure era chiaro che tutte le volte che le chiedeva cosa volesse lei indicava il cielo non per invitarla alla dipartita verso il paradiso ma una parabola per ricevere Sky dal satellite.

Farle portare la torta sbriciolata ricotta e cioccolato, che non era sbriciolata prima che la rovesciasse sul tavolo dopo essersi scottata per averla tirata fuori dal forno senza mappina, preparata nel pomeriggio mentre guardava su Rai 2 Detto Fatto, le sembrò una buona idea.

Ingredienti per 6 persone per la base: 500 grammi di farina 00, 200 grammi di zucchero che ancheggia (raffinato), 250 grammi di burro, 1 tuorlo d’uovo, 1 bustina di vanillina, 1 bustina di lievito e sale.

Per il ripieno: 500 grammi di ricotta vaccina, 100 grammi di zucchero e 100 grammi di cioccolato fondente.

Per il contorno: un forno, un tavolo, una ciotola, un mestolo, una tortiera e della carta da forno per foderarla, un tritatutto o un tagliere e una mezzaluna e, mi raccomando, una mappina o un guanto da forno. Un televisore da spegnere, o già spento, in cucina e “Con le mani” di Zucchero q.b.

Preparazione: Spegnete la Tv in cucina. Detto? Fatto! Versate la farina in una ciotola che avrete preso in precedenza, assieme allo zucchero, alla vanillina, al lievito e al sale. Mescolate bene e unite il burro che avrete sciolto in precedenza. Detto? Fatto! Iniziate a lavorare a tempo determinato, minuti q.b., l’impasto con le mani, quelle mani che hanno sbucciato le cipolle e accarezzato il gatto, le mani così all’improvviso, far provare nuove sensazioni, farsi trasportare dalle emozioni, apri le finestre, con le mani, con le mani se vuoi, puoi dirmi di si; unite l’uovo, sempre con le mani in pasta, fino ad ottenere delle grosse briciole. Accendete il forno a 180°, Detto? Fatto! Ricoprite il fondo di una tortiera foderata di carta da forno con ¾ delle briciole ottenute, in modo da formare uno strato abbastanza spesso. Adesso mescolate la ricotta con lo zucchero fino ad ottenere una crema. Avete già tritato grossolanamente il cioccolato? Detto? Fatto! Unitelo alla crema e versatelo nella tortiera fino a ricoprire le briciole sul fondo. Infine “spolverate” con il quarto di briciole che avevate tenuto da parte.

Mettete nel forno caldo e cuocete per 35 minuti o poco più, a vista, tempo di una puntata di Beautiful pubblicità compresa, a 180°.

Tirate fuori la tortiera e lasciatela raffreddare prima di metterla nel cestino di Cappuccetto Rosso.

Abbinate un vino dal carattere dolce ed amabile, frizzante quanto basta per piacevoli conversazioni sul più ed ameno, capace di ascoltare i ricordi di quando la nonna era giovane senza lasciarsi intenerire e farsi bere per sciogliere quel groppo alla gola che è sopraggiunto al ricordo di quel cappuccetto rosso regalato alla nipote.

Da qui in poi la storia la conoscete: la piccola Cappuccetto con il cestino contenente il dolce preparato dalla mamma e una bottiglia di lambrusco, perché un conto è l’abbinamento e un conto è quello che piace alla nonna, che si mette in cammino con la raccomandazione di non dare retta agli “Uomini e donne” della De Filippi che avrebbe incontrato nel bosco, luogo inconscio popolato dalle nostre più intime pulsioni,  paure e opinionisti vari. L’incontro con Fedez, lo sconosciuto a cui non avrebbe dovuto dare retta, e l’informazione estorta con la scusa dell’omaggio del suo ultimo CD dell’indirizzo della casa della Lucarelli. Quella stonata della nonna che, nonostante le raccomandazioni della Polizia agli anziani di non aprire a Testimoni di Geova, a falsi postini con la scusa che c’è Posta per te e a cantanti tatuati fino al collo, apre al lupo con la voce di Alberto. Il suo travestimento da drag “nonna” queen, le domande imbarazzanti tipo: che orecchie grandi che hai? Che occhi grandi che hai? Che belle extension che usi? Che bello smalto che hai? Due palle! E il cacciatore che, inseguito da un gruppo di animalisti, trova rifugio nella casetta della nonna trovandosi davanti un bellissimo e truccatissimo esemplare di lupo da imbalsamare, con la pancia piena di una anziana avara e incauta ed una dolce bambina che aveva tentato di scappare da casa con la scusa di andare a trovare la nonna.

La mamma, ignara di tutto, visse felice e contenta guardando Temptation Island Vip.

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Una ricetta acqua e sapone, tacchino e tonno.

TI CHE TE TACHET I TAC, TACUM I TAC A MI
MI TACAT I TAC A TI? TI CHE TE TACHET I TAC
TACHETI TI I TO TACCHINO
IN SALSA TONNATA ALLO YOGURT

Quando tutto sembra filare come una filastrocca, filare e fondere come un formaggio alla piastra, fondere come il cioccolato fondente, ecco giunta l’ora X: le dieci del mattino di un orologio romano. E’ giunto il momento di rimboccarsi le maniche se le avete lunghe oppure no se indossate una polo, il momento in cui dovete finalmente prendere una decisione. L’ora è giunta, l’ora segnata dal destino batte nella pendola della vostra cucina, l’ora delle decisioni irrevocabili, è ora che vi mettiate in testa che prima o poi vi toccherà cominciare a cucinare. Lo so, non è una facile decisione.
Ho visto le nostre migliori generazioni immobili davanti ad una cucina a gas, incapaci se optare per una pasta al burro o un risotto muay thai all’ananas di Gibilterra. Li ho visti attoniti davanti al frigorifero incapaci d’intendere o di voler prendere dal ripiano più alto quella lattuga romana ormai etichettata come reperto archeologico o nel ripiano più basso quel limone e la sua parte ammuffita lontana parente di quelle spore di muffa che diedero la possibilità al professor Fleming di vincere il Nobel con la sua penicillina. Li ho osservati dubbiosi mentre, con la confezione sotto vuoto di riso si domandavano: 14 o 16 minuti? Li ho seguiti mentre inforcavano la porta della cucina con in mano del pane raffermo domandandosi come utilizzarlo per poi emigrare all’estero alla ricerca di una pizzeria italiana a Kathmandu.
Ma adesso si è fatta una certa e allora ve lo dico io cosa preparare. Spezzatino di manzo brasato alla birra? Magari la prossima volta. Opterei per un tacchino in salsa tonnata allo yogurt.

Ingredienti per 4 persone: Prendete un tacchino. Capisco la vostra perplessità nel prendere un tacchino. Già è un problema capire dove vive per non parlare della capacità di prenderlo. Lasciamolo fare a chi lo fa per mestiere il tacchinaggio. Okey, prendete un tacchino già preso. Va bene, prendete un petto di tacchino diciamo 500 grammi più o meno. Non state a guardare i grammi al millimetro, non dovete fare i filosofi ma i cuochi. Dopo che l’avete preso appoggiatelo sulla tavola e prendete una costa di sedano, per modo di dire che costa, quanto volete che costa una costa di sedano? Non dovete pensarci, è una domanda retorica. Una carota, una cipolla e sale q.b.

Per la salsa: 250 grammi di yogurt greco che troverete in una confezione da 250 grammi o in due da 125 grammi di yogurt greco. Greco? Che in realtà è bulgaro, uno yogurt colato con pochissimo sodio e lattosio ma con più proteine e più compatto di quello tradizionale. 100 grammi di tonno al naturale, tipo acqua e sapone per capirci, sgocciolato, senza acqua e sapone. Due filetti di acciuga, due cucchiai di capperi e, a discrezione, un cucchiaino di soia. Sale q.b.
Capisco che i due filetti di acciuga possono manifestare qualche perplessità e che se fosse stato per voi li avreste voluti più in carne, ma si tratta di pesce.

Preparazione: In una pentola, con acqua quanto basta perché non evapori in trequarti d’ora, bollite il petto di tacchino con il sedano, la carota, la cipolla e un po’ di sale per circa 45 minuti. Ogni riferimento all’ora X non era casuale. Mentre la carne cuoce accendete la TV, fate un poco di zapping q.b., spegnetela. E adesso? Adesso preparate la salsa frullando assieme lo yogurt, il tonno, le acciughe, i capperi e qualche goccia di soia. Dopo aver assaggiato, come dice chef Barbieri, se necessario aggiungete un pizzico di sale. Avete lasciato la porta del frigorifero aperto? No, quello che sentite non è l’allarme del frigorifero ma il timer che avete impostato perché “suoni” dopo 45 minuti circa da quando avete messo a bollire il tacchino. Il “circa” riferito ai minuti mi da la stessa ansia che capire la quantità del “quanto basta” del sale. Adesso che è terminata la cottura fate raffreddare il petto tolto dall’acqua di cottura. Freddo q.b. tagliatelo a fette di uno spessore q.b. e disponetelo su un piatto da portata grande q.b. a contenere le fette del tacchino. Fatto?
Ricopritelo con la salsa, a scomparsa, e guarnitelo, che capperi, con qualche cappero.
Conservatelo in frigorifero, dopo aver tolto l’insalata e il limone, per un tempo q.b.

Servitelo abbinando un vino bianco, secco e ben strutturato o, in alternativa, un rosso dal corpo robusto, tipo palestrato, ma non troppo asciutto, iscritto da poco. Ma anche quello che capita va bene, senza dimenticare il proverbio: Rosso di sera ma bianco col pesce.

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Piatto piange, iena ridens.

Il bel e il bon Ton a tavola

Mentre aspettiamo che il lievito lieviti, che il forno si preriscaldi a 180 gradi per 10 minuti, che la pentola a pressione inizi a fischiettare, che il caffè esca, che il vino diventi aceto, ecco una lezione di bon ton.

Perché la buona educazione non è solo questione di gusti ma si vede e si assaggia soprattutto a tavola. E’ a tavola che possiamo giudicare il nostro prossimo, possiamo decidere se è il fidanzato giusto per nostra figlia, possiamo capire se tenere le distanze dal vicino o se farle la corte o semplicemente farle due uova sode. Non tutto finisce a tarallucci e vino alle nozze con i fichi secchi. Purtroppo molte cose che sembrano ovvie, non lo sono per tanti. Per questo motivo ecco alcuni ingredienti che non dovranno mai mancare nella ricetta da seguire nel vostro modo di stare a tavola.

Assolutamente proibito: tenere il cellulare acceso con la scusa che prima o poi farete un selfie per instagram, usare lo stuzzicadenti in sostituzione del cotton fioc, masticare il chewing gum e attaccarlo sotto il tavolo prima del primo, fumare o fumontagna, leggere il giornale di chi è seduto accanto a voi, fare segni mentre giocate a scopa nell’attesa dell’antipasto o dare giudizi sul cibo a bocca piena. Non toccatevi mai i capelli e neanche quelli di chi vi sta vicino anche se non capite se sono veri o se è una parrucca, non alzate il gomito o altre parti del corpo, non fate finta di non sentire da quell’orecchio, non battete i pugni sul tavolo ne sulla padrona di casa, non massaggiatevi i piedi con la scusa che sono piatti, non correte ai ripari, non sbottate, non sindacate col padrone di casa su chi schierare la domenica successiva nel derby contro il Milan, non fate origami col tovagliolo, non chiedete di accendere la tv anche se c’è Beautiful, non dite che “sa di tappo” se è Tavernello, non date i voti che tanto potranno essere ribaltati da Alessandro Borghese, non dite che il vostro cuoco lo faceva meglio per 30 mila lire e se siete ad un buffet, in piedi, non chiedete una “cadrega” per dimostrare che vi siete integrati. Anche se può sembrare una buona idea, le noccioline non si lanciano cercando di centrare il cameriere che passa tra i tavoli. Soprattutto evitate di dire “Buon Appetito” oppure “Pronti, via!” o “L’ultimo che finisce lava i piatti”.

In un pranzo importante e formale fate finta di non avere fame anche se non basterebbe un bue a sfamarvi e non chiedete una “doggy bag” appena entrati. Non sedetevi davanti al buffet se la tavola è apparecchiata da un’altra parte. Evitate di dire che siete già pieni dopo gli antipasti. Non iniziate comunque a mangiare prima che tutti siano stati serviti, non è sempre vero che il primo che finisce può fare il bis.

Prima di sedersi a tavola è obbligatorio avere le mani pulite, tanto lo so che alla fine vi leccherete le dita in segno di apprezzamento.

Una volta seduti appoggiate il tovagliolo sulle gambe e mai intorno al collo o infilato nel colletto della camicia o, peggio ancora, a protezione della canottiera d’estate. Essere brillanti non significa usarlo come una bandana alla moda di Silvio. Alla fine del pasto lo si riappoggia, prima di alzarsi, alla sinistra del piatto, senza ripiegarlo. Se è tanto sporco non cercate, come fate di solito e senza farvi notare, di avvicinarlo al posto di chi vi sta a fianco, prima che sia lui a farlo.

Non tenete mai i gomiti o un avambraccio appoggiati sul tavolo. Stando seduti dritti vi sarà naturale appoggiare le mani chiuse a pugno, a destra e a sinistra del piatto. Va bene anche tenere le mani incrociate di fronte al piatto. Non si soffia sul cibo per raffreddarlo neanche se il brodo che state “bevendo” direttamente dal piatto scotta e non chiede una cannuccia se vi fanno notare che non si succhia rumorosamente dal piatto che avete portato alla bocca. Si usa il cucchiaio per finire la minestra, anche se fino a poco prima l’avete usato per lanciare i chicchi d’uva per ingannare l’attesa, inclinando il piatto verso il centro tavola evitando però di far finire il liquido su chi siede di fronte a voi. Non è il brodo versato che porta fortuna ma il vino. Chiedere il sale è un gesto poco carino soprattutto se poi lo gettate alle spalle per scaramanzia.

Mai toccare gli alimenti con le mani, tranne grissini e pane evitando la battuta “Poi prese il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: questo sugo merita la scarpetta”. Non è obbligatorio spargere briciole di pane tutt’intorno a voi per dimostrare che conoscete la storia di Hansel, quello di Italia–Germania 4 a 3 e della sua fidanzata Gretel, la terza Kessler che ha preferito il burraco alla danza. Mai stendervi sulla sedia con le braccia incrociate dietro alla nuca! Neanche se avete mangiato veramente bene e tanto e ruttare, poi, non è segno di apprezzamento. Quando mangiate portate il cibo alla bocca con la forchetta o con il cucchiaio, mai con il coltello! Se si chiamano “posate” è perché, al termine, dovete posarle e non metterle nel taschino della giacca.

Evitate di fare la scarpetta, la mezza calzetta o il vecchio scarpone. Se proprio volete farlo, andate in cucina e aspettate lì che vi portino il vostro piatto prima di lavarlo.

Si mastica con la bocca chiusa, senza fare rumore e ovviamente evitando di parlare con la bocca piena. “Poi me lo dimentico” non è un motivo sufficiente per sputare sentenze o cibo su chi vi sta vicino.
Prima di bere ci si pulisce con un tovagliolo ma non strofinandolo da un lato all’ altro della bocca ma appoggiandolo con delicatezza sulle labbra. Non si dice “Cin cin” prima di bere ogni volta e neanche “Prosit” o “Allegria” o “Auguri e figli maschi”.

Anche se fa caldo non asciugatevi mai le ascelle né col tovagliolo né, anche se fa veramente molto caldo, con la tovaglia.

Finito di mangiare appoggiate il coltello e la forchetta parallelamente sul piatto: mai spingere il piatto vuoto verso il centro del tavolo urlando “Primo!”.

 

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Non è tutto oro quel che luccica, in cucina è unto.

In principio era il caos cous.

(breve introduzione alla “Cucina for dummies, per dame e single agli arresti domiciliari”)

Lo zucchero nel barattolo del sale, la farina fuori dal sacco, le dita nella marmellata, l’insalata senza dita nel Porto, il vino sul divano, Maramao nell’orto e nulla bolliva in pentola. Occorreva una ricetta. Occorreva quell’insieme creattivo che avrebbe fatto sposare le zucchine con le vongole, il gran ragù 5 Star con le pappardelle e la moglie con il maritozzo. Organizzare il caos, pesarlo, dividerlo in porzioni, scioglierlo come una noce di burro al sole, mescolare il sacro col profano, rischiare di farsi male con i chiodi di garofano… aglio! Sbattere le uova, dividere l’acqua gasata da quella tutta acqua e sapone, montare la panna a puntino e versare la sostanza nella forma. Il tutto q.b.
Non è facile neanche col fucile. Non si diventa ricettatori da un giorno all’altro. Bisogna saper riconoscere le proprietà di tutto quanto entra in cucina, la composizione, i legami, i legumi, le dosi, le affinità, il dado tratto e quello da trattare, il sapore ed i desideri. Non basta avere tutti gli ingredienti a portata di mano o, eventualmente, farseli passare man mano.
Ci vuole amore e zucchero per cucinare capra e cavoli per merenda.
L’amore è l’ingrediente base per la riuscita di qualunque ricetta. Dovete essere innamorati, possibilmente di un bravo cuoco che cucini per voi.
E lo zucchero, come diceva Mary Poppins… basta un poco di zucchero e tutto vi sembrerà più dolce come la canna…da zucchero.

Ad maiora, mirror cessat.

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La Bibbia? Non è mica il Vangelo.

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Stra…vaganze.

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L.E.G.A.

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Pro verbi contro vento.

uovo

 

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Passammo la notte ad aspettare l’alba.

Passammo la notte ad aspettare l’alba quando, uscita dal portone del palazzo fine ottocento, to, salì sul taxi che l’attendeva e sparì. Il trambusto che ne seguì fu indescrivibile. Chi tendeva la pargoletta mano, chi declinava inviti e chi più e chi meno menava parole incomprensibili, per l’aria. L’attesa era stata vana. Niente selfselfie, niente autografi su quartine di copertina, niente reliquie da barattare Subito o dopo anche se di Secondamano. L’effimero, questa volta, non avrebbe pagato. Decidemmo, con una maggioranza relativa, di tornare sui nostri passi ripercorrendo a tratti, camminando per altri, fino al punto di partenza. A ritroso. Lasciando vicolo corto alla nostra destra e Vicolungo a sinistra, volteggiando come si suol fare sul fare del giorno, nel dubbio, quando del dimani non v’era certezza. Dopo un periglioso viaggio arrivammo al punto di partenza. Lì ci aspettava, conscia a priori del nostro fallimento, un’abbondante bad brechtfast, da tre soldi. Questo è quanto, tanto ma non troppo. Era stata un’avventura tanto avventata quanto di mala sorta assortita ma è la gioventù, se non la migliore, l’unica che ci era data. Perché quando si chiude una porta si apre una finestra, pur di cambiare aria, lasciando la minestra indigesta sul tavolo della trattativa verso lidi lontani, col mi/raggio, di sole, di vedere l’alba, in pieno nt (centro al centro) di una metro’polis.

massima

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L’anatra all’arancia, un monologo.

Bando alle chiacchiere, fritte o al forno, il dado di brodo vegetale è tratto! Se bisogna cucinare si cucina, quando sarà da vedere si vedrà.

QUESTA SERA SI CUCINA A SOGGETTO.

Sarà un pasticcio? Un pan egirico o idem con patate? Un riso amaro per primo o occhi dolci per dessert storm? Buio al pesto o orecchiette da mercante? Linguine biforcute alla puttanesca o una ricetta segreta alla carbonara? Aria fritta o pan e focaccia? Tiramisù che non so nuotare o affogato nel caffè?
Meglio un uovo oggi o una gallina domani? Dipende da quello che si vuole cucinare.
Per entrée mettete dell’acqua a bollire. Potrebbe non servire ma darà l’idea che qualcosa bolle in pentola. Montate poi la panna facendole credere che è la migliore, strapazzate un uovo, lui sa perché, e raccontate la storia della vostra infanzia ad una cipolla. Quando la cipolla inizierà a lacrimare avrete avuto la vostra rivincita. Ricordate sempre che avete il coltello dalla parte del manico e l’asso di picche nella manica.
Abbandonate l’idea di farvi delle cozze su un letto d’insalata. Anche se intelligenti rimangono sempre delle cozze. Unite tutta la farina del vostro sacco dopo averla passata, senza parole, al setaccio o, se siete logorroici, al separlo. Fate poi soffriggere dell’aglio in attesa di una risposta e aggiungete un pelato, al quale avrete evitato battute scontate. Se siete alla frutta aggiungete banana, fragola, limone, arcobaleno, zabaione e un cucchiaio di gelato metropolitano.
Nel frattempo avrete passato dall’apposita padella alla brace e viceversa due marroni. Se non trovate i marroni vanno bene anche di altri colori purché siano delle castagne. Unite tutto quello che vi circonda in una terrina, ma anche una terrona va bene, e mestolate con un mestolo fino a quando non avrete ottenuto un composto con le braccia conserte. Prima di versare il pasticcio nella teglia, che avrete in precedenza unto sottobanco, aggiungete il succo di un’arancia originale, non tarocco.
Un pizzico di pepe del Congo che è afro-disiaco, sale q.b. Fermate il tutto con chiodi di garofano. Infornate per 20 minuti a 180 gradi.
Nell’attesa datela a bere ai vostri commensali dimostrando che in cucina non è tutto oro ciò che luccica ma unto. Servite semi-freddo e semi-nario.
Quando l’acqua bolle calate il sipario.

Lo chef consiglia: spegnete il forno prima di andare a dormire.

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Natale e quale.

Invidio chi ha il dono della sintesi.

A me sempre cravatte e dopobarba.

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Gin & Fred

Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa, ma che musica Maestro?
Il tormentone dell’estate, quello inventato da Pippo Baudo per esempio, quel motivetto che canti mentre aspetti la tua fidanza sotto casa del suo fidanzato, quella canzone che ascolti e riascolti mentre sei in attesa al telefono con l’Associazione Consumatori per lamentartene, quella che ti viene in mente ogni volta che vedi lo spot di quel gelato, di quell’auto, di quel gestore telefonico, quella che i The Jackal cantano un’ultima volta per vedere l’effetto che fa sulla gente. Che afa che fa d’estate e se c’è un motivo è quello, scritto con tre parole, che ci vuole? Azzurro, nel blu, volare, pinne, mare, comunque andare, sole, cuore, amore, un tuffo nel mare, carta, forbici, sasso, e state, selfie ma non posto, e cantare, gridare, ballare, felicità, panino, bicchiere di vino, come onde nel mare, ti amo. Perché tu mi manchi, mi manchi, mi mancano i tuoi baci, mi mancano i tuoi capelli, mi mancano i tuoi soldi per partire e non morire, con te o senza te.
Che ci vuole a scrivere il tormentone della prossima estate, ghe pensi mi, ci penso io, se bastasse una canzone, che ci vuole? Una città a scelta tra Roma, Bangkok, Pamplona, Riccione, Alghero, Lamezia Milano andata e ritorno a ballare in Puglia. Ambientata tra le granite e le granate, in riva al mare mentre le stelle stanno a guardare, con 4 amici al bar, un pezzo di me…, un’aquila reale, aspettando i due liocorni, io e te, Babalù. Qualche verso tipo aserejé ja de je jebe tu, na na na na… nana, cuccurucucu, gnam gnam con style, perché l’estate comincia adesso, un’altra estate arriverà, l’estate è tornata, l’estate addosso, l’estate sta finendo, l’estate di John Wayne, era d’estate come nelle favole i figli delle stelle, credo.
Fiato alle trombe, Turchetti, rullino i tamburi, qualche sviolinata, un giro di basso ma il triangolo no, non l’avevo considerato. Ecco la canzone della prossima estate, ambientata d’inverno, titolo: Gin e Fred (inverno a Casalpusterlengo).
Le nevi si sciolgono
sotto il sole, sotto sale
mentre Zagor indica la luna
con la faccia all’insù
e le stelle e le stalle
e l’ago di Ugo nel pagliaio
Mentre tu non ci sei
sei per sei quel che sei
E c’è chi dice che
che dice, dice che
che c’è dicembre
E la notte, si la notte
quella da lupi, si Lupin
e il destino scritto nelle stelle
e i fondi di caffè e i dadi da tirare
e quel treno per Casalpusterlengo
con il vento, lo prendo e vengo da te
come Tarzan per Jane
come Jeans per jacket
come gin per Fred.
In coda in tangenziale
a pensare male
mentre il Grande Blek
si agita prima di partire
e le stelle stanno a guardare
Mentre tu non ci sei
colpito ed affondato
E c’è chi dice che
Che dice, dice che
Che c’è dicembre
E la notte, si la notte
quella da lupi, mangiando lupini
e il destino scritto nella stele
e Rosetta che legge le carte
e quel treno per Casalpusterlengo
con il vento, lo prendo e vengo da te
come Pappa per Ciccia
Come i Pirati per i Caraibi
Come gin per Fred.
Sotto le stelle, dentro le stalle
d’inverno, seduto sul divano
con Ugo e l’ago nel pagliaio
faccio il vago
e quasi quasi lo prendo
quel treno per Casalpusterlengo
Come la Luna per l’altra
Come la destra per la sinistra
Come gin per Fred.
E l’estate è finita, d’inverno
e la neve e la nave va
mentre Capitan uncino
fa il centrino per il centro
e quel treno per Casalpusterlengo
quasi quasi lo prendo
e vengo da te, con Tarzan e Jane
con Zagor e il grande Bleck
con Ginger e Fred.
Dimenticavo, il tormentone della prossima estate, Gin e Fred, sarà cantato in inglese in un mix feat, con ghiaccio…bollente.

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Tarzan sarà tua sorella

Erano circa le 7 di sera. Chiamai: “Battista”. Nel tardo pomeriggio estivo, Battista dormiva seduto. “Un momento” mi disse, senza aprir gli occhi “sto facendo un sogno importante.”
Perché Battista era un sognatore, ma non un sognatore comune ma un sognatore fuori porta, di provincia. Uno di quelli che comincia a sognare da piccoli alla domanda “Cosa farai da grande?”. E Battista sognava di diventare un calciatore, sposarsi una velina e farsi tanti selfie con i tifosi fuori Juventus stadium. Certamente voi obbiettereste che nel 1962, anno in cui il suo maestro di terza elementare gli pose questa domanda, le veline erano solo sulla carta, nessuno conoscesse il significato della parola “selfie” e che lo Juventus stadium era solo un’incomprensibile parola in latino, ma chi siamo noi per porre dei limiti ai sogni di Battista?. “Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà” come cantava Cenerentola. Certamente voi obbiettereste che Cenerentola è un personaggio di fantasia e che chi vive sognando… eppure “I have a dream” come disse Martin Luther King nell’agosto del 1963, “I have e dream” come cantavano gli Abba nel 1979. Certamente voi obbiettereste che mettere assieme il discorso fatto al termine della marcia di protesta per i diritti civili e una canzone di un gruppo pop svedese… ma chi siamo noi… avete notato che Abba al contrario si scrive abbA?
E Battista sognava, sognava ad occhi aperti, con le braccia conserte, con la consorte che l’aspettava mentre filava la lana. E quando Battista non sognava guardava il tempo passare, era il suo passatempo. Seduto sulla banchina del porto guardava arrivare i bastimenti carichi di lettere dell’alfabeto e/o di lunari da sbarcare. Lunari tanto pesanti che gli scaricatori di tori non riuscivano a sbarcare. Come sarebbero arrivati a fine mese? In bici? A piedi? Battista guardava l’orizzonte cercando una soluzione. Certamente voi obbiettereste che… così è punto e a capo.
A volte Battista faceva lo gnorri. Lo faceva così bene che i passanti diventavano fermanti a guardarlo. Era talmente bravo che poteva esser scambiato per l’originale. Gnorri dalla mattina alla sera, quando non sognava, con i piedi ben piantati in terra e la testa tra le nuvole.

UNA VECCHIA NOVELLA
Orsù disse il toro all’orso, non farti saltare la mosca al naso, non prendere lucciole per lamponi, non cercare di carpire segreti alle carpe ma ascolta il bambino che è in te e che sta gridando “Aiuto, voglio uscire”. Non fare l’orso, disse ancora il toro all’orso, ma prendi il coraggio a due zampe senza scendere a compromessi ma a Canicattì, dove troverai un pastore tedesco in attesa della coincidenza per Bonn. Poi fai un salto, fanne un altro, fai una giravolta e prendi la prima a sinistra. Lì troverai una cartomante che ti leggerà le carte. Ti dirà che l’otto di picche è l’otto di picche e che il Re di quadri ha una galleria in centro.
Ma tu non ti curar di loro e lascia che gli ammalati rimangano a letto. Questo è scritto, questo hai letto.

SARA’ VERA LA STORIA DI MUZIO SCEVOLA?
IO NON CI METTEREI LA MANO SUL FUOCO
Sono pigro ed osservo ogni mio piccolo particolare, in particolare unisco i nei con il tratto della penna. Tutto d’un tratto. Poi prendo la palla al balzo incurante delle urla del bambino cui l’ho sottratta. La palla è rotonda e si può giocare in casa con la squadra ospite che ha portato il gelato. Ma quando l’atmosfera sembra sciogliersi ecco che suonano alla porta. Non ne riconosco il motivo. A volte ritornello. Decido di restare chiuso in me, immobile mi metto comodino. E penso. Penso a quanto sarebbe bello se il sole tramon senza tasse da pagare. Se l’isola che non c’è non fosse piena di persone che la citano, se ci fossero più frasi con ma e se il tempo non si fermasse solo a Eboli. Che poi, dove Cristo è Eboli? Questo dev’essere il posto, senza farlo apposta, dove poter sotterrare l’ascia, lascia che ti spieghi, l’ascia che ha dato un taglio netto al passato ed ha lasciato, qui ed ora, solo Ricordi a trentatré giri da fare, con ed ego eccentrici, aspettando che la solita solfa finisca e che gli amici se ne vadano. Mentre alla porta continuano a suonare, senza un motivo, sarà jazz.
Sarà, ed è già passato, il tempo.

MEGLIO UNA GALLINA OGGI O UN UOVO DOMANI?
DIPENDE DALLA RICETTA.
In principio era il caos. Lo zucchero nel barattolo del sale, la farina fuori dal sacco, le dita nella marmellata, l’insalata era nel porto, il tappo sapeva di vino, l’acqua non era stata ancora divisa in naturale e frizzante, non era stata ancora posata la prima pietra del Mulino bianco, la rana non era ancora Giovanni, il riso era amaro e nulla bolliva in pentola. Occorreva una ricetta. Occorreva quell’insieme creativo che avrebbe fatto sposare le zucchine con le vongole, il gran ragù con le pappardelle, la moglie con il maritozzo, l’olio con il liscio.
Organizzare il caos, pesarlo, dividerlo in cucchiai, scioglierlo come una noce di burro al sole, mescolare sacro col profano, rischiare di farsi male con i chiodi di garofano, aglio, sbattere le uova, montare la panna e versare la sostanza nella forma.
E c’è chi cita e chi Jane. E Tarzan?
TARZAN SARA’ TUA SORELLA.

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Massima

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Ho scritto un libro, sulla copertina

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punti di vista

barney

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Gin e Fred (inverno a Casalpusterlengo)

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al quadrato

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Agente 0,000000000000007

Ho ricevuto una mail segreta,

ma così segreta, che dopo averla letta

mi diceva di distruggere il computer.

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Co.Co.Comix 2018

s-l225

Comix 2017 18

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