Pro verbi contro vento.

uovo

 

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Passammo la notte ad aspettare l’alba.

Passammo la notte ad aspettare l’alba quando, uscita dal portone del palazzo fine ottocento, to, salì sul taxi che l’attendeva e sparì. Il trambusto che ne seguì fu indescrivibile. Chi tendeva la pargoletta mano, chi declinava inviti e chi più e chi meno menava parole incomprensibili, per l’aria. L’attesa era stata vana. Niente selfselfie, niente autografi su quartine di copertina, niente reliquie da barattare Subito o dopo anche se di Secondamano. L’effimero, questa volta, non avrebbe pagato. Decidemmo, con una maggioranza relativa, di tornare sui nostri passi ripercorrendo a tratti, camminando per altri, fino al punto di partenza. A ritroso. Lasciando vicolo corto alla nostra destra e Vicolungo a sinistra, volteggiando come si suol fare sul fare del giorno, nel dubbio, quando del dimani non v’era certezza. Dopo un periglioso viaggio arrivammo al punto di partenza. Lì ci aspettava, conscia a priori del nostro fallimento, un’abbondante bad brechtfast, da tre soldi. Questo è quanto, tanto ma non troppo. Era stata un’avventura tanto avventata quanto di mala sorta assortita ma è la gioventù, se non la migliore, l’unica che ci era data. Perché quando si chiude una porta si apre una finestra, pur di cambiare aria, lasciando la minestra indigesta sul tavolo della trattativa verso lidi lontani, col mi/raggio, di sole, di vedere l’alba, in pieno nt (centro al centro) di una metro’polis.

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L’anatra all’arancia, un monologo.

Bando alle chiacchiere, fritte o al forno, il dado di brodo vegetale è tratto! Se bisogna cucinare si cucina, quando sarà da vedere si vedrà.

QUESTA SERA SI CUCINA A SOGGETTO.

Sarà un pasticcio? Un pan egirico o idem con patate? Un riso amaro per primo o occhi dolci per dessert storm? Buio al pesto o orecchiette da mercante? Linguine biforcute alla puttanesca o una ricetta segreta alla carbonara? Aria fritta o pan e focaccia? Tiramisù che non so nuotare o affogato nel caffè?
Meglio un uovo oggi o una gallina domani? Dipende da quello che si vuole cucinare.
Per entrée mettete dell’acqua a bollire. Potrebbe non servire ma darà l’idea che qualcosa bolle in pentola. Montate poi la panna facendole credere che è la migliore, strapazzate un uovo, lui sa perché, e raccontate la storia della vostra infanzia ad una cipolla. Quando la cipolla inizierà a lacrimare avrete avuto la vostra rivincita. Ricordate sempre che avete il coltello dalla parte del manico e l’asso di picche nella manica.
Abbandonate l’idea di farvi delle cozze su un letto d’insalata. Anche se intelligenti rimangono sempre delle cozze. Unite tutta la farina del vostro sacco dopo averla passata, senza parole, al setaccio o, se siete logorroici, al separlo. Fate poi soffriggere dell’aglio in attesa di una risposta e aggiungete un pelato, al quale avrete evitato battute scontate. Se siete alla frutta aggiungete banana, fragola, limone, arcobaleno, zabaione e un cucchiaio di gelato metropolitano.
Nel frattempo avrete passato dall’apposita padella alla brace e viceversa due marroni. Se non trovate i marroni vanno bene anche di altri colori purché siano delle castagne. Unite tutto quello che vi circonda in una terrina, ma anche una terrona va bene, e mestolate con un mestolo fino a quando non avrete ottenuto un composto con le braccia conserte. Prima di versare il pasticcio nella teglia, che avrete in precedenza unto sottobanco, aggiungete il succo di un’arancia originale, non tarocco.
Un pizzico di pepe del Congo che è afro-disiaco, sale q.b. Fermate il tutto con chiodi di garofano. Infornate per 20 minuti a 180 gradi.
Nell’attesa datela a bere ai vostri commensali dimostrando che in cucina non è tutto oro ciò che luccica ma unto. Servite semi-freddo e semi-nario.
Quando l’acqua bolle calate il sipario.

Lo chef consiglia: spegnete il forno prima di andare a dormire.

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Natale e quale.

Invidio chi ha il dono della sintesi.

A me sempre cravatte e dopobarba.

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Gin & Fred

Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa, ma che musica Maestro?
Il tormentone dell’estate, quello inventato da Pippo Baudo per esempio, quel motivetto che canti mentre aspetti la tua fidanza sotto casa del suo fidanzato, quella canzone che ascolti e riascolti mentre sei in attesa al telefono con l’Associazione Consumatori per lamentartene, quella che ti viene in mente ogni volta che vedi lo spot di quel gelato, di quell’auto, di quel gestore telefonico, quella che i The Jackal cantano un’ultima volta per vedere l’effetto che fa sulla gente. Che afa che fa d’estate e se c’è un motivo è quello, scritto con tre parole, che ci vuole? Azzurro, nel blu, volare, pinne, mare, comunque andare, sole, cuore, amore, un tuffo nel mare, carta, forbici, sasso, e state, selfie ma non posto, e cantare, gridare, ballare, felicità, panino, bicchiere di vino, come onde nel mare, ti amo. Perché tu mi manchi, mi manchi, mi mancano i tuoi baci, mi mancano i tuoi capelli, mi mancano i tuoi soldi per partire e non morire, con te o senza te.
Che ci vuole a scrivere il tormentone della prossima estate, ghe pensi mi, ci penso io, se bastasse una canzone, che ci vuole? Una città a scelta tra Roma, Bangkok, Pamplona, Riccione, Alghero, Lamezia Milano andata e ritorno a ballare in Puglia. Ambientata tra le granite e le granate, in riva al mare mentre le stelle stanno a guardare, con 4 amici al bar, un pezzo di me…, un’aquila reale, aspettando i due liocorni, io e te, Babalù. Qualche verso tipo aserejé ja de je jebe tu, na na na na… nana, cuccurucucu, gnam gnam con style, perché l’estate comincia adesso, un’altra estate arriverà, l’estate è tornata, l’estate addosso, l’estate sta finendo, l’estate di John Wayne, era d’estate come nelle favole i figli delle stelle, credo.
Fiato alle trombe, Turchetti, rullino i tamburi, qualche sviolinata, un giro di basso ma il triangolo no, non l’avevo considerato. Ecco la canzone della prossima estate, ambientata d’inverno, titolo: Gin e Fred (inverno a Casalpusterlengo).
Le nevi si sciolgono
sotto il sole, sotto sale
mentre Zagor indica la luna
con la faccia all’insù
e le stelle e le stalle
e l’ago di Ugo nel pagliaio
Mentre tu non ci sei
sei per sei quel che sei
E c’è chi dice che
che dice, dice che
che c’è dicembre
E la notte, si la notte
quella da lupi, si Lupin
e il destino scritto nelle stelle
e i fondi di caffè e i dadi da tirare
e quel treno per Casalpusterlengo
con il vento, lo prendo e vengo da te
come Tarzan per Jane
come Jeans per jacket
come gin per Fred.
In coda in tangenziale
a pensare male
mentre il Grande Blek
si agita prima di partire
e le stelle stanno a guardare
Mentre tu non ci sei
colpito ed affondato
E c’è chi dice che
Che dice, dice che
Che c’è dicembre
E la notte, si la notte
quella da lupi, mangiando lupini
e il destino scritto nella stele
e Rosetta che legge le carte
e quel treno per Casalpusterlengo
con il vento, lo prendo e vengo da te
come Pappa per Ciccia
Come i Pirati per i Caraibi
Come gin per Fred.
Sotto le stelle, dentro le stalle
d’inverno, seduto sul divano
con Ugo e l’ago nel pagliaio
faccio il vago
e quasi quasi lo prendo
quel treno per Casalpusterlengo
Come la Luna per l’altra
Come la destra per la sinistra
Come gin per Fred.
E l’estate è finita, d’inverno
e la neve e la nave va
mentre Capitan uncino
fa il centrino per il centro
e quel treno per Casalpusterlengo
quasi quasi lo prendo
e vengo da te, con Tarzan e Jane
con Zagor e il grande Bleck
con Ginger e Fred.
Dimenticavo, il tormentone della prossima estate, Gin e Fred, sarà cantato in inglese in un mix feat, con ghiaccio…bollente.

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Tarzan sarà tua sorella

Erano circa le 7 di sera. Chiamai: “Battista”. Nel tardo pomeriggio estivo, Battista dormiva seduto. “Un momento” mi disse, senza aprir gli occhi “sto facendo un sogno importante.”
Perché Battista era un sognatore, ma non un sognatore comune ma un sognatore fuori porta, di provincia. Uno di quelli che comincia a sognare da piccoli alla domanda “Cosa farai da grande?”. E Battista sognava di diventare un calciatore, sposarsi una velina e farsi tanti selfie con i tifosi fuori Juventus stadium. Certamente voi obbiettereste che nel 1962, anno in cui il suo maestro di terza elementare gli pose questa domanda, le veline erano solo sulla carta, nessuno conoscesse il significato della parola “selfie” e che lo Juventus stadium era solo un’incomprensibile parola in latino, ma chi siamo noi per porre dei limiti ai sogni di Battista?. “Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà” come cantava Cenerentola. Certamente voi obbiettereste che Cenerentola è un personaggio di fantasia e che chi vive sognando… eppure “I have a dream” come disse Martin Luther King nell’agosto del 1963, “I have e dream” come cantavano gli Abba nel 1979. Certamente voi obbiettereste che mettere assieme il discorso fatto al termine della marcia di protesta per i diritti civili e una canzone di un gruppo pop svedese… ma chi siamo noi… avete notato che Abba al contrario si scrive abbA?
E Battista sognava, sognava ad occhi aperti, con le braccia conserte, con la consorte che l’aspettava mentre filava la lana. E quando Battista non sognava guardava il tempo passare, era il suo passatempo. Seduto sulla banchina del porto guardava arrivare i bastimenti carichi di lettere dell’alfabeto e/o di lunari da sbarcare. Lunari tanto pesanti che gli scaricatori di tori non riuscivano a sbarcare. Come sarebbero arrivati a fine mese? In bici? A piedi? Battista guardava l’orizzonte cercando una soluzione. Certamente voi obbiettereste che… così è punto e a capo.
A volte Battista faceva lo gnorri. Lo faceva così bene che i passanti diventavano fermanti a guardarlo. Era talmente bravo che poteva esser scambiato per l’originale. Gnorri dalla mattina alla sera, quando non sognava, con i piedi ben piantati in terra e la testa tra le nuvole.

UNA VECCHIA NOVELLA
Orsù disse il toro all’orso, non farti saltare la mosca al naso, non prendere lucciole per lamponi, non cercare di carpire segreti alle carpe ma ascolta il bambino che è in te e che sta gridando “Aiuto, voglio uscire”. Non fare l’orso, disse ancora il toro all’orso, ma prendi il coraggio a due zampe senza scendere a compromessi ma a Canicattì, dove troverai un pastore tedesco in attesa della coincidenza per Bonn. Poi fai un salto, fanne un altro, fai una giravolta e prendi la prima a sinistra. Lì troverai una cartomante che ti leggerà le carte. Ti dirà che l’otto di picche è l’otto di picche e che il Re di quadri ha una galleria in centro.
Ma tu non ti curar di loro e lascia che gli ammalati rimangano a letto. Questo è scritto, questo hai letto.

SARA’ VERA LA STORIA DI MUZIO SCEVOLA?
IO NON CI METTEREI LA MANO SUL FUOCO
Sono pigro ed osservo ogni mio piccolo particolare, in particolare unisco i nei con il tratto della penna. Tutto d’un tratto. Poi prendo la palla al balzo incurante delle urla del bambino cui l’ho sottratta. La palla è rotonda e si può giocare in casa con la squadra ospite che ha portato il gelato. Ma quando l’atmosfera sembra sciogliersi ecco che suonano alla porta. Non ne riconosco il motivo. A volte ritornello. Decido di restare chiuso in me, immobile mi metto comodino. E penso. Penso a quanto sarebbe bello se il sole tramon senza tasse da pagare. Se l’isola che non c’è non fosse piena di persone che la citano, se ci fossero più frasi con ma e se il tempo non si fermasse solo a Eboli. Che poi, dove Cristo è Eboli? Questo dev’essere il posto, senza farlo apposta, dove poter sotterrare l’ascia, lascia che ti spieghi, l’ascia che ha dato un taglio netto al passato ed ha lasciato, qui ed ora, solo Ricordi a trentatré giri da fare, con ed ego eccentrici, aspettando che la solita solfa finisca e che gli amici se ne vadano. Mentre alla porta continuano a suonare, senza un motivo, sarà jazz.
Sarà, ed è già passato, il tempo.

MEGLIO UNA GALLINA OGGI O UN UOVO DOMANI?
DIPENDE DALLA RICETTA.
In principio era il caos. Lo zucchero nel barattolo del sale, la farina fuori dal sacco, le dita nella marmellata, l’insalata era nel porto, il tappo sapeva di vino, l’acqua non era stata ancora divisa in naturale e frizzante, non era stata ancora posata la prima pietra del Mulino bianco, la rana non era ancora Giovanni, il riso era amaro e nulla bolliva in pentola. Occorreva una ricetta. Occorreva quell’insieme creativo che avrebbe fatto sposare le zucchine con le vongole, il gran ragù con le pappardelle, la moglie con il maritozzo, l’olio con il liscio.
Organizzare il caos, pesarlo, dividerlo in cucchiai, scioglierlo come una noce di burro al sole, mescolare sacro col profano, rischiare di farsi male con i chiodi di garofano, aglio, sbattere le uova, montare la panna e versare la sostanza nella forma.
E c’è chi cita e chi Jane. E Tarzan?
TARZAN SARA’ TUA SORELLA.

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Massima

massima

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Ho scritto un libro, sulla copertina

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punti di vista

barney

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Gin e Fred (inverno a Casalpusterlengo)

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al quadrato

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Agente 0,000000000000007

Ho ricevuto una mail segreta,

ma così segreta, che dopo averla letta

mi diceva di distruggere il computer.

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Co.Co.Comix 2018

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Comix 2017 18

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Titolo

E’ arrivato un bastimento carico di lunari. Tanti lunari tanto pesanti che gli scaricatori di tori non riescono a sbarcare. Come sarebbero arrivati a fine mese? In bici? A piedi? Di fronte al porto, seduti su una banchina, due diversamente giovani si erano fermati, stanchi di tirare avanti un’esistenza troppo pesante per la loro età che avanzava e loro dietro. Il tempo di prendere fiato da un venditore di aria fritta, di pensieri campati in aria, di parole farcite. Una volta era diverso. Dalle parti del porto partivano bastimenti carichi di materie primarie come storia o matematica, a conti fatti o da fare, bastimenti carichi di sogni e/o segni, più o meno, accompagnati da emigranti in cerca di biscotti della fortuna, bastimenti carichi di effe…farfalle? No. Fenicotteri rosa? No. Funzionari statali? Folle di pazzi? Foschie come non si vedevano da tempo? Fanfare, fandire, fan baciare? No, no e poi no. Ma non è questo il punto, virgola. Il più anziano dei due, riconoscibile dalla diversamente età più avanzata rispetto alla sua posizione, guarda l’orizzonte. Cerca di scorgere il domani. Cerca di capire che tempo che fa. Che afa che farà, chi entrerà dalla porta, chi salterà dalla finestra, chi svolterà l’angolo, chi chicchiricchchi? Il secondo, a causa di un’esitazione alla nascita, fa lo gnorri. Lo fa così bene che i passanti diventano fermanti ad osservarlo. Gnorri così belli che potevano essere scambiati per originali. “Ma dove hai imparato?” gli chiedeva sempre il più diversamente anziano, anzi no, diversamente vecchio, ma lui non rispondeva e continuava a fare lo gnorri. Imperterrito, con i piedi per terra e la terra sotto i piedi.
Orsù disse il toro all’orso, non farti saltare la mosca al naso, non prendere lucciole per lamponi, non cercare di carpire segreti alle carpe ma ascolta il bambino che è in te e che sta gridando “Aiuto, voglio uscire”. Non fare l’orso, disse ancora il toro all’orso, ma prendi il coraggio a due zampe senza scendere a compromessi ma a Canicattì, dove troverai un pastore tedesco in attesa della coincidenza per Bonn. Poi fai un salto, fanne un altro, fai una giravolta e prendi la prima a sinistra. Lì troverai una cartomante che ti leggerà le carte. Ti dirà che l’otto di picche è l’otto di picche e che il Re di quadri ha una galleria in centro.
Ma tu non ti curar di loro e lascia che gli ammalati rimangano a letto. Questo è scritto, questo hai letto.

“Non è tutto oro ciò che luccica, a volte è unto”.

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Tre triglie contro tre tigri.

Ho visto cose, case aperte e chiese chiuse.

Ho visto cose che non si posson narrare e non narrererò. Ho visto un casino di case ed un casinò in una chiesa sconsacrata. Ho visto masse informi e senza uniformi, uscire di casa e dirigersi verso le sette chiese di sette fratelli e consorelle. Ho visto manifesti manifestanti ma tanti tanti, manifestare ed infestare le feste comandate ma non date sebben datate. Ho svisto errori fatti e fatali come femmine immobili e donne oggetto sopra i mobili. Ho visto visti frontalieri passare oltre e non curarsi dei dottori disoccupati. Ho visto ricambiare una bella figurina di calcia attore recitante ma recalcitrante in una scena madre nel ruolo di padre. Ho visto il sacro fuoco dell’arte ardere bellimbusti secchi e/o focosi ceffi. Ho visto e sentito l’acque ansimare nel marasma. Ho visto eroi farsi eroine dentro cabine, indossando abiti da signorine. Ho visto sotterrare una mano morta persa a poker, una scala reale nel castello del Re ed un tris di donne, come quando fuori.

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Tutti quanti voglion fare jazz e/o il cuoco.

Ho mangiato una pasta al salmone che non sapeva di niente. Anzi no, il salmone sapeva di pasta.

Ho visto il cuoco, in cucina, mangiarsi le unghie. Era la cosa più buona che c’era in quel ristorante.

“Cameriere, c’è uno scarafaggio nel mio piatto!”. Sono avari con le porzioni in questo ristorante.

Coperto 2 euro? Chi l’ha ordinato?

In alcuni ristoranti cinesi devi stare attento che non ti diano can per focaccia.

Un involtino primavera non fa cinese.

I giornalisti non dicono mai che acqua bevono, per non citare la fonte.

In mensa io e il mio collega non prendiamo mai le stesse cose. Almeno uno dei due deve rimanere vivo.

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Contro o pro verbi?

A mali estremi…chiamate un dottore.

Chi di lama ferisce…ho visto tutto, posso testimoniare.

Rosso di sera…sarà un Valentino.

Se son rose…regalale a tua sorella, volevo un diamante.

La gatta frettolosa…se è nera io non passo.

Can che abbaia…non ho chiuso occhio tutta la notte.

Una rondine…due…tre!

Chi dorme…non sente can che abbaia.

Col fuoco non si scherza…che poi bisogna spiegargli la battuta.

pro-verbi

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Capricorno a chi?

Se il nostro futuro è scritto nelle stelle allora è scritto in braille.

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Qui casca l’uomo, come dice l’asino.

Storia promessa iniziata da Bergonzoni e fatta finita da me.

Forse uno dei giochi più grandi che siano mai esistiti. E’ obbligatorio giocare in due ma si può essere anche in dieci. Si danno novanta carte ciascuno poi ci si lamenta perché non si riescono a tenere in mano, cadono… Allora alcuni se ne vanno, otto per la precisione, così si resta in due e si può cominciare a giocare; se se ne vanno in sette si può stare lì anche degli anni. Il primo che fa scopa spazza il piatto ma il piatto piange perché gli è arrivata della saggina negli occhi e questo è regolare; l’altro dice cip e gli uccellini bussano. Chi apre per primo vede, chi chiude gioca al buio, allora l’altro torna a bussare incattivito soprattutto se ha il cavallo di bastoni perché non sa dove metterlo! Mai avrebbe pensato che per una partita a carte ci volesse una stalla! Allora la prima mano finisce in mezzo alla porta di chi ha chiuso per primo, regolare, finché un giocatore, di nascosto, si butta sotto al tavolo e comincia a fare: blef, blef, blef, blef, blef, blef. L’altro si accorge che sta bluffando e si accorge che è rimasto con una carta solo in mano: infatti vince chi resta con la carta in mano. E, secondo me, chi resta con la carta in mano vuol dire sì che è andato in bagno, ma non ha concluso. Ma c’è un ma… un però e una nota a piè pagina dove c’è scritto: vince chi ha l’asso tra Dover e Calais. E qui casca l’uomo, come dice l’asino, mentre il coniglio estrae il mago dal cilindro. Intanto la partita è ritornata con le carte comprate in cartoleria. Scartate le carte nuove, tolte le cartine e le mezze cartucce contate fino a cinque e distribuite tre carte a testa e cinque a croce. Ogni giocatore ne sceglie una senza farla vedere al vicino che poi la dice alla portinaia. L’Asso vale undici mentre J, Q, K, L, W, P e 10 hanno valore dieci. Due di picche non vale niente, Sette bello è vanitoso, Re di denari è ricco se unito alla carta di credito. Attenzione: si possono cambiare fino a tre carte, basta conservare lo scontrino, ma non vale andare al lago a pescare la carta più alta. Vince sempre il Jolly che è diventato talmente ricco da dare il proprio nome ad una catena di hotel. Non siate però egoisti, se al poker vincete molte mani, qualcuna restituitela.

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Uno per tutti…meglio di niente.

Beato chi ha il dono della sintesi.

A me solo cravatte e dopobarba.

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Meglio una gallina oggi o l’uovo domani? Dipende dalla ricetta.

In principio c’era il caos. Lo zucchero nel barattolo del sale, la farina fuori dal sacco, le dita nella marmellata, l’insalata era nel porto, il tappo sapeva di vino, l’acqua non era stata ancora divisa in naturale e frizzante,non era stata ancora posata la prima pietra del Mulino bianco, la rana non era ancora Giovanni, il riso era amaro e nulla bolliva in pentola. Occorreva una ricetta. Occorreva quel insieme creativo che avrebbe fatto sposare le zucchine con le vongole, il gran ragù con le pappardelle, la moglie con il maritozzo, l’olio con il liscio.
Organizzare il caos, pesarlo, dividerlo in cucchiai, scioglierlo come una noce di burro al sole, mescolare sacro col profano, rischiare di farsi male con i chiodi di garofano, aglio, sbattere le uova, montare la panna e versare la sostanza nella forma.
Il tutto q.b.
Non è facile. Non si diventa ricettatori da un giorno all’altro. Bisogna saper riconoscere le proprietà di tutto quanto entra in cucina, la composizione, i legami, le dosi, le affinità, il sapore ed i desideri. Non basta avere tutti gli ingredienti a portata di mano o, eventualmente, farseli passare. Ci vuole amore. L’amore è l’ingrediente base per la riuscita di qualunque ricetta. O, in alternativa, una trattoria sotto casa.

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